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Grazie a lei per la risposta.

Pensavo a tre immagini di vie di Palermo che visitavo nel marzo scorso. La prima, via Siracusa 50, dove degli amici mi portarono per mostrarmi la sede della casa editrice Sellerio. Un atto doveroso ricordarne i fondatori, ma ero affezionata a quell’indirizzo che libri a me cari hanno reso familiare. Poi, il sorriso e il gesto di ringraziamento di un automobilista per il mio farmi stretta in un androne di Via del Pappagallo, non perché il passaggio fosse particolarmente stretto, ma perché invaso da immondizia. E, infine, Via della Vetriera 57, dove mi rendevo per conoscere i luoghi e la casa dell’infanzia del giudice Borsellino e che vedevo in stato di assoluto abbandono (mi fa piacere sapere della recente apertura della Casa di Paolo, per opera del fratello).

Al mio rientro leggevo per la prima volta un suo libro, Palermo è una cipolla, e da allora la seguo con piacere per la sua bella scrittura e capacità di far riflettere nel leggerla.

Roberta Gregori | 27/02/2016 ore 18:48:45

 

E ti ringrazio della sollecitazione: da quando non scrivo più sui giornali ogni tanto mi viene il sospetto che le mie opinioni interessino solo a me.

roberto alajmo | 25/02/2016 ore 07:34:13

 

Benvenuta Roberta.
Mi pare doverosa l'intitolazione a Sellerio così come la valorizzazione della casa di Borsellino. Possono sembrare espedienti retorici, ma di questo si nutre anche la memoria: di qualche retorica, fin quando non si trova qualcosa di meglio.

roberto alajmo | 25/02/2016 ore 07:32:31

 

Un suo commento sul cambio nome di via Siracusa 50 e l'oblio di via della Vetriera 57? Grazie

Roberta Gregori | 24/02/2016 ore 22:09:35 | @

 

Esiste, Antonia, anche una variante: quello che si giustifica dicendo che aveva diffuso la bufala per ridere.

roberto alajmo | 22/02/2016 ore 11:56:54

 

Una cosa non capisco. Fioccano le bufale riguardanti soprattutto le dichiarazioni di Renzi, di solito seguite dal "diffondete", "fate girare" ecc. Quando si fa notare al "pubblicatore" che ha diffuso una cosa falsa, che ce ne sia uno che si scusi e stia più attento in futuro. No, il "colpevole" continua a farneticare imperterrito, quasi a giustificarsi. Beh, posso solo pensare che la gente non voglia fatti su cui ragionare ma proiezioni, non importa se false, della propria opinione da seguire come pecoroni.

antonia | 22/02/2016 ore 10:48:12

 

Sarebbe come chiedersi, per esempio, perché un cancro si è sviluppato nei polmoni piuttosto che nel fegato, certo ci saranno sicuramente delle cause ma sono cause complesse e ambigue, da una parte ci può essere l’esposizione ad agenti cancerogeni come il fumo o l’alcool ma, dall’altro, ci può anche essere un’intrinseca debolezza genetica. Se in Sicilia è nata la mafia le ragioni saranno, mi sembra anche questo banale, altrettanto complesse e ambigue, ci possono essere state condizioni storiche sfavorevoli ma ci può essere stata anche un’incapacità reattiva del tessuto sociale a tali sfavorevoli condizioni, in altri luoghi, evidentemente, la storia è stata diversa e diversa è stata la reattività. Questo non vuol dire, ovviamente, che i siciliani (che oltretutto non esistono) siano geneticamente diversi dagli andalusi ma che la cultura, l’ambiente in cui si nasce, che è generato da tutta una storia plurimillenaria, da una interminabile catena di avvenimenti, circostanze, conseguenze, non è irrilevante e può provocare deformazioni, innescare processi degenerativi, che in altre parti rimangono invece latenti o altamente contenuti, non è che gli andalusi non conoscano l’intrallazzo o il familismo ma che lì un tessuto sociale più sano spinge ad innescare un circolo virtuoso, qui un tessuto sociale pesantemente corrotto spinge invece a sempre nuova corruzione, innescando un circolo vizioso.

Antonio | 08/02/2016 ore 10:09:16

 

Lo chiamano "il peccato del fare". L'unico davvero imperdonabile, in Sicilia. Dove per un netturbino che spazza la strada ce ne sono tre al tavolino del bar, che ridono di lui.

roberto alajmo | 06/02/2016 ore 12:54:24

 

Che forse il problema non sarebbe neanche andare a imparare qualcosa e rifarlo in Sicilia: basterebbe vedere cosa serve e farlo, e certamente ci sarebbero le persone capaci. Pensavo a Danilo Dolci che chiedeva ai contadini cosa serviva. La diga? Facciamola. Le strade? Ce le costruiamo. Però in Sicilia gli slanci si diluiscono presto. Lo stage all'estero non servirebbe per il tecnico: sarebbe necessario per tutti gli altri.

yorick | 06/02/2016 ore 10:37:38 | @

 

Perché i siciliani non si schiodano? Tu dici: perché c'è la mafia. Ma perché proprio qui c'è la mafia? E siamo al punto di partenza.

roberto alajmo | 06/02/2016 ore 07:23:23

 

Cos’hanno di diverso gli andalusi, rispetto ai siciliani? A me sembra banale la risposta: non hanno la mafia (anche se stiamo provvedendo, con grande sollecitudine, ad esportarla pure là) e la metastasi, comunque, non ha ancora distrutto, quasi totalmente, il tessuto civile, non hanno una “cultura mafiosa” che qui ha intriso, praticamente, quasi tutto e tutti, anche chi è lontano dalla degenerazione mafiosa dell’organizzazione di potere criminale. Non credo quindi che un palermitano mandato all’estero riuscirebbe a cambiare le cose, sarebbe comunque, al ritorno, legato da mille fili invisibili al suo clan e finirebbe per usare l’amministrazione del bene pubblico per favorire il figlio, il fratello, il cugino, il cognato, l’amico, ecc...ecc..., quindi il problema, secondo me, non è tanto che dovrebbe imparare come far funzionare le cose ma, piuttosto, che dovrebbe rinnegare la sua stessa famiglia, il suo stesso clan, il modo in cui tutto ciò si intende qui, rinnegare cioè la sua “cultura mafiosa”, che non ammazzerà la gente, non si occuperà di loschi traffici ma è lo stesso potentemente distruttiva. Inoltre, anche avesse la forza di rinnegare questo modo di vedere le cose, si ritroverebbe costantemente boicottato da mille burocrati, funzionari, impiegati che non hanno alcuna intenzione di rinunciare ai loro distruttivi privilegi e da un potere occulto (realmente mafioso) ancor più pericoloso...non credo quindi tanto alla buona volontà, ci dovremmo piuttosto contare prima, eventualmente, vedere quanti sono i siciliani, a tutti i livelli, che, veramente, senza alcuna ipocrisia, senza volersi vedere, a tutti i costi, sempre vittime e mai carnefici, sono disposti, nei fatti, a non intrallazzare per favorire parenti ed amici, a non considerare il bene pubblico come cosa da depredare per interessi privati...temo però, da tutto quello che ho visto e che conosco, che non saremmo sufficientemente numerosi.

Antonio | 06/02/2016 ore 06:55:25

 

Penultim'ora: la differenza sta nel mugugno.
Lamentarsi sì, protestare non sta bene, è disdicevole. L'hai scritto tu. Ed io concordo pienamente. Il mugugno smuove solo l'aria intorno alle parole che la compongono. E dura l'espace d'un moment. Un istante di brezza liberatoria. Niente di più

antonia | 05/02/2016 ore 12:23:54

 

Il disagio in un mondo in cui conta solo l'agio

antonia | 05/02/2016 ore 12:16:11

 

Il "disagio", il "disagio"...

roberto alajmo | 04/02/2016 ore 16:09:34

 

Penultim'ora: io credo che ci sia stato uno sdoganamento della violenza che viene vista sempre meno come una gran brutta cosa. In un certo senso è diventata, da una parte, un modo per affermarsi e far tacere chi dissente e in un altro lo sfogo di una rabbia che non viene domata.
A volte mi viene in mente una cosa che scrisse un pedopsicologo americano, uno di quelli che avevano portato avanti con entusiasmo la teoria dell'educazione "libera" dei bambini. Negli ultimi anni della sua vita si era ricreduto ed addirittura aveva affermato che lui ed i suoi colleghi avevano contribuito alla creazione di una generazione di pazzi. E scriveva che i bambini che non hanno coscienza ferma dei confini entro cui è giusto muoversi sono come individui abbandonati nel deserto e senza alcun punto di riferimento: diventeranno pazzi senza sapere dove andare.
La violenza viene giustificata troppo: i bambini che picchiano a scuola vengono in fondo considerati quelli che da grandi non si faranno mai mettere i piedi in testa da nessuno, gli uomini che picchiano le donne lo fanno perché le donne hanno sempre fatto qualcosa di sbagliato (li volevano lasciare, ecc ecc). Il giovane che picchia gli altri è frustrato dalla società.....

Antonia | 03/02/2016 ore 17:52:16

 

Ammettere le proprie debolezze è una dote rara, cara Antonia.
Piuttosto: chi è l'autore del libro che descrivi? Qui siamo fra amici e puoi dirlo...

roberto alajmo | 02/02/2016 ore 08:00:52

 

Penultim'ora. Ebbene sì, ci sono cascata anch'io. Quando morì John Renbourn scrissi su FB il ricordo dell'intevista che io ed un amico gli facemmo per la RAI. Ricordai soprattutto i suoi aneddoti, la sua saggezza calma. Penso che, quando muore qualcuno che ammiravi e che hai avuto il piacere di conoscere personalmente , sia un po' normale ricordarlo attraverso le tue sensazioni, le tue emozioni.

antonia | 01/02/2016 ore 10:17:18

 

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