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Un sorriso e un grazie per te, Rosi....
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"L’orizzonte marino è un orizzonte liquido...
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Non v'e' colore più bello della morbidezza...
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Si', oggi il mondo è pieno di poeti che scrivono. Ma la poesia e' questo interrogare e chiedere che è un'altra cosa.
É una pura questione di occhi.
E' il tutto intorno che muore e che ha una forza inarrestabile, non per ambizione di venderne il credo per un nome, e' gratuito.
E' il tutto intorno che dona se stesso e si dona 'ovunque si vada a guardare con gli occhi'.
Ed e' bello scriverne.
Ed è quel che poi lancia un foglietto e piovve una stagione a coriandoli. Viva la poesia! Non ti dice nulla e tu immagini un tutto.
E poi c'è un tutto da scriverne: potresti aprire con un: viva l'autunno dei momenti tristi che rende le strade felici e fresche dei suoni che si rincorrono e si fermano su tutti quegli angoli dei marciapiedi per tutto il soffio che le anima e le fa riandare con il vento dentro per tutta una stagione (che se entri dentro quelle foglie puoi sentirle quasi dire quello che l'autunno vuole: la gioia del rincorrersi). O magari, anche, che da quei mucchi di foglie morte, altre foglie se ne scorreranno per tutte le altre (e quante altre ne vorremmo stagioni noi, si' anche per noi) tanto necessarie.
E dove li trovi tutti quei suoni? Tu Ascolta. Ora tutte le foglie, corrono. Ogni stagione, (anche l'ultima che noi abbiamo), contiene gia' i segni della prossima sua. Segni gia' bene aperti e visibili a modo proprio.
Nel contempo, le stagioni che di foglie se ne son viste nascere, crescere, morire e sparire dalla vita, son tutte qua, ora, insieme, in quel vento.
Come le foglie, le poesie preferiscono lasciarsi scorrere e che il vento se le porti. Chi le conserva? In quelle carte che ostiniamo suonanti e vive, se ne sono gia' andate, come la morte.
Come quando soffriamo e ci si sono persi gli occhi nel voler vedere della vita ogni cosa che per noi era la piu' importante mentre la vita stessa ci scorreva.
Eppure in un nuovo istante, un occhio esperto, scopre o dipinge una poesia. E in quel piacere di vivere é felice.
Antonello ci ricorda quell'istante.

L'autunno invece ci ricorda sempre che il mondo e' pieno di poeti ma che non tutto e' vano.
Dipende dagli occhi.
Se hai occhi, di poesie ne corrono.

(Rosi Lesto) 'l'annunziare'

Rosi | 27/09/2020 ore 18:52:51 | @

 

Un sorriso e un grazie per te, Rosi.

Roberto Alajmo | 15/08/2020 ore 10:46:47 | @

 

"L’orizzonte marino è un orizzonte liquido che abitua colui che lo osserva dalla costa a smarrire i riferimenti stabili, a pensare la propria identità come non immutabile, un mosaico costruito da partenze e approdi continui".-

Questo verso in prosa non è mio, l'ho scelto per il bel forum di Roberto, su cui ogni tanto approdo certa della libertà di espressione accolta, consentita con gentilezza. Vivere in condizione di gentilezza riuscendo a comprendere il perché l'altro esprime qualcosa a noi è una piccola conquista di un passo avanti verso il mare che a volte lascia vivere ciò che vive e a volte no. Accade, se lasciamo fare al mare la sua storia, che non ha alcuna storia di amore e del ricordo fino a che non incontra e lascia un segno che cresce in un lembo di terra.
Così se si vuol vivere per capire la storia degli errori commessi nella nostra storia, si può prendere a campione la vita dei popoli del mare e oggi si parla del Libano. Uno stato con un affaccio molto ampio sul mare, leggevo su un articolo on line da cui ho tratto il verso di prosa sospendendolo a inizio pagina. E pensando a noi Italia circuita interamente dalla straordinaria forza attrattiva del mare e guardando allo stato del Libano nei suoi cambiamenti, si puo' riuscire anche a vedere con forse con chiarezza di esempio (e apertura di pensiero del mare), a cosa portino le fazioni senza dare la colpa anche alle religioni. Basta prenderne l'esempio del meccanismo delle fazioni sottraendone forse ancora temporaneamente per noi, il meccanismo delle religioni per restringere l'orizzonte al gioco delle fazioni che non è il gioco di quelle che alla fine chi vince è gioioso con tutte le altre e ritorna al costruttivo del nuovo bene comune, ma è la vita di anni e anni delle fazioni distruttive.
E per capire che la società libanese era un po' sotto questo aspetto di esempio, come la nostra, e che la storia la si deve guardare anche nel suo punto esterno per comprenderne forse meglio il nostro limite interno, sarebbe meglio far crescere la cultura per formare chiunque, (paradossalmente anche uno schiavo), nella cultura dell' andare incontro all'altro con un sorriso aperto, sincero, per fargli desiderare la libertà, la libertà di essere se stesso e di restare aperto in fiducia e disponibile nella sua piena qualità di vita e di dignità. È un pensiero che molti possano definire utopistico e lo rispetto questo pensiero.
E la popolazione la si dovrebbe formare al discernimento e al rispetto del come guardare la vita in un esempio forte come questo Libano.
Ce ne sono molti di esempi nel mediterraneo in cui è posta l'Italia che geograficamente, se abbandonata alle sue debolezze, potrebbe patirne una fine della sua continuità. Sì, è bene avere uno sguardo lungo nella sostanza del tempo se si continuerà a spingere con i giudizi e con le spinte delle fazioni per voler cambiare continuamente ciò che dell'Italia delude abbandonando memoria della parte del bene di ciò che essa nel bene è anche stata, fino a qui.
Per voler cambiare davvero molto l'Italia. Se la si vuole ancora una Italia. E parimenti ciò vale per le sue regioni, per le sue citta', per i suoi luoghi e nuclei di persone che la abitano dai centri alle periferie prima che si arrivi al tempo della guerra delle divisioni sterili o degli annullamenti in cui non può per giocoforza di cose nella lontananza del tempo che ci è dato di vivere per generazioni future, vincere nessuno.
Ecco noi abbiamo l'esempio del Libano che era riuscito ad alzare muri in se stesso, e non era mai cresciuto per aprire gli occhi. Questa bomba orribile che ci attrae gli occhi per un attimo di stupore prima di distrarci nel nostro quieto o pigolante vivere o che andrà ad attrarci nel nostro massimo bisogno creerà un altro esodo e ce lo mette davanti agli occhi e forse ci fa dire: cosa vogliamo per noi. Oppure no. E se anche lo considerassimo un segno questo Libano, per farci capire cosa siamo e dove viviamo anche noi in una bella Italia che si fregiamo del canto dolce e naturale di un clima mediterraneo quando ci si industria a rappresentarla in termini di attrattiva turistica, nei suoi bei territori della Toscana al centro della nostra ripeto, bella Italia, il Libano ci sta davanti e ci ricorda che forse non esistera' una bella Italia senza un bel Mediterraneo. Come potrebbe esistere, se ci mette davanti agli occhi un futuro che si avvicina alle nostre generazioni future, un futuro che era semplice come un sogno antico che ora può cancellare tutto ciò che puo' creare fastidio a chi viene a cercare una Italia dove è positivo sfruttarne l'idea del nome che può addolcirne l'idea nel proprio clima per abbandonare a sé stessa l'altra parte del nome legata alla vita che ha perduto in anni e anni di guerre faziose o perché convenienza, la pace. Conviene abbandonare a sé stessa l'altra parte del nome tanto come l'Africa. Ma è parte dell'Italia anche questa parte del mediterraneo che è parte dell'Europa che può decidere di rinunciare al mediterraneo e lo ha già fatto per conservare migliori porti commerciali lontani dai porti di un mediterraneo dove non è più il desiderio di contenersi e sviluppare i commerci fondamentali alle economie mondiali. E dove ogni possibile guerra dal momento che una guerra costa se non dà una contropartita in termini di valore per l'accrescimento della economia, è una guerra persa e va lasciata a sé stessa... E per ricalcare l'esempio, in quel momento in cui uno stato, qualunque stato, viene abbandonato a se stesso perché arriva il momento (sempre nella storia) che uno stato è che é considerato dagli altri stati una persona fisica che vale la pena salvare oppure no, scade di valore. In quel momento paradossale in cui, e lo vediamo per storia paradossale di questi anni, qualunque flusso migratorio é scomodo e va rimandato indietro ai suoi errori e alle sue non vite, è pensiero di questo tempo. E' realtà comune, non bene comune, realtà comune, se il bene comune di oggi é da definire prima in noi. Gli stati sono persone fisiche. Così li dobbiamo guardare, ce lo scrive la Arendt. E allora tornando al Libano oggi conviene chiederci (Roberto perdoni per mio scarso vivere culturale le ripetizioni), che vogliamo noi per questa Italia, ed anche chiederci, che vogliamo noi per questa Europa, e chiederci se riusciamo in un pensiero ampio che non ancora ci è dato, che vogliamo noi per il mondo e per le nostre città. E ascoltando noi stessi scopriremo che il mediterraneo lo vogliamo lasciare, come se non ci appartenesse questa parte scomoda di noi Italia. Questa parte così diversa e difficile, in questa Italia che fa concorrenza tra le regioni per mostrare qual è la migliore in termini di prestazione così come (forse) facevano e disfacevano concorrenza tra esse le antiche città (ricordare l'esempio delle polis greche forse, può anche ritornare un po' noioso, ma nel contesto, mi è parso utile), a ogni antico e del loro futuro approssimarsi di un crollo.
La storia di esempi cosi ne è piu' piena di noi che non la stiamo a guardare, e che ci lasciamo aggrappare dalla forza delle critiche con la rivalsa di esserne parte stessa pensando di salvarci. E non voglio chiedermi chi siamo noi senza l'Italia. Ne ho timore. Noi e qualunque regione a cui ci amiamo di essere e di appartenere chi siamo senza l'Italia. Siamo una forza e saremo una minoranza dispersa e appetibile e sminuita di fronte al mondo che non la considera che per le qualità e poi se ne stanca al cambiamento delle condizioni stesse della storia? Perche' puo' accadere, quando la guerra fomenta le insoddisfazioni umane. Lo vediamo oggi.
Il Libano si pone davanti a noi per farci vedere e chiedere: chi siamo noi? Lo spero. Perché la domanda aprirebbe un: Chi vogliamo essere noi, per noi stessi? Chi siamo noi prima che ci arrivino gli altri e soprattutto chi vogliamo essere noi, per gli altri? È una questione di identità il problema dell'Italia che si è privata di cultura per non guardare cosa siamo noi, quando continuiamo a svilirci nelle lotte intestine con la stessa insistenza di una Firenze finita a Montaperti (1260). Che siamo noi quando siamo tante di quelle volte incapaci di costruire ponti di dialogo del bene vero. Con quel rispetto che si costruisce e si fa strada tra le nostre integre unicita' e diversità e non è il bene del lasciarsi cadere facile preda tra le fazioni politiche di una città che calpesta nel valore ciò che è il bene vero, di ogni colore armonizzabile in una città in una regione tra le regioni, o di una regione in una nazione, o di una nazione tra le nazioni in una Europa, di un mondo che e' diventato difficile. Qual è il bene stiamo costruendo noi. Non la politica, noi. Qual è il bene dei nostri gesti quando incontriamo l'altro della nostra citta', forse questo ci aiuterebbe un po' a pensare mentre rispondiamo ai suoi occhi tenendoci a mente quel Libano che ci pone davanti a oggi tutto ciò da cui sfuggiva ed era incapace di accogliersi. Forse questo pensiero razionale può bastare al difetto di una carenza di empatia. Se in quella realta' una solidarietà andava a fossilizzarsi in pochi suoi punti e cellule della materia confinata se stessa e racchiusa a chiave dentro ai muri che annullavano in un paese la sua stessa forza dello stato-persona fisica agli occhi di tutti gli altri stati-persone fisiche del mondo.
Chi siamo noi quando ci coalizziamo in gruppi lasciando altri a coalizzandosi contro di noi nelle diverse piccolezze lasciando che le stesse piccolezze si additino e umilino in divisioni che comincino e si accrescano a volti di scudi di pietra tra loro.
Il Libano è qua. Ci si pone davanti agli occhi in ciò che si é e che siamo ma in ciò che possiamo anche noi essere se vogliamo segna una strada.
Noi possiamo resistere tra le diverse comunità religiose e tra i diversi pensieri e modi di vivere come in Libano, trincerandoci (noi tra noi) ora dietro ai giudizi che si tengono dentro per tutti gli anni faziosi e irrigiditi e incapaci di costruire anni maturi in tutte le nostre città e nelle nostre città mediterranee che alzando un muro di palazzi sul mare per non guardarlo (mi e' piaciuta molto nell'articolo la citazione dei palazzi costruiti così) per non guardare il cambiamento della storia e di noi stessi. E in assoluta liberta' possiamo decidere di essere anche noi come il Libano verso tutte le comunità più furbe o più povere o piu' impiegate ma lasciate ai margini della società, nei luoghi delle periferie che non educano a una sana conseguenza degli errori, e possiamo lasciarli a sé stessi nella cultura dell'abbandono finche' la comunità più povera cresca esponenzialmente un incremento demografico di nascite rilevante per ottenere un proprio valore decisionale e politico come è avvenuto in Libano.
Chi siamo noi per non guardare questo esempio e per non capire che una pandemia che arriva a ridimensionare tutta questa crescita nel mondo con le cifre dei numeri dei morti equivalenti guarda caso a una guerra globale che puo' cancellare anche la parte saggia e anziana di noi, e tutta la parte della memoria intima e personale che per immaturita' non siamo riusciti ad affidare ai nostri giovani? C'è da riflettere su questo. Ma
Il Libano andrà via da tutto questo nella lunghezza del tempo passando nella linea fuoco e non lo dimenticherà, come é stato per Israelrle o svanira' come è andata per ogni stato del mediterraneo che fu per noi fonte di equilibrio e di contenimento del mare nero inquieto dell'Africa. Stati cuscinetto di un equilibrio destinato a non essere compreso dal mondo. L'Africa e' alle nostre porte negli orrori, è il frutto degli errori umani che crescono negli errori degli errori della comunicazione umana che tutto perde quando brama altro utile e si rincresce che si vogliano riaprire queste separazioni di confine prive di armonia. Non tutti siamo disposti all'ascolto e al dialogo nel confrontarci con chi é diverso e a voler restare dove quella stessa diversità che ci ascolta ci giudica e ci emargina. Né siamo disposti all'ascolto quando nel valore che esprimiamo non ci adeguiamo a cio' che percepiamo come una imposizione. E se non siamo disposti a questo ascolto per capire cosa è nelll'altro, perché mai dovremmo essere disposti ad accogliere un migrante che equivale a meno di un nulla? Maggiormente se il suo corpo esprime un colore di una povertà orgogliosa che disturba. L'esistenza civile umana é un lavoro di diplomazia e di desiderio dell'altro. Chi siamo noi, siamo capaci di desiderio? O bramiamo possesso di carne umana per farne valere la voce di importanza su quei pochi piccoli indifesi che nei cataclismi della vita resteranno ad aggrapparsi alle più altre grandi nazioni come piccoli docili e ammaestrabili. Né vogliamo parlare? Perché è questo il senso stesso della storia.
Se il Libano ci mostra che nei cambiamenti sociali dello stato giunto alle estreme conseguenze dei suoi errori, condivise la strategia della distanza che poi fu guerra civile. Noi ben conosciamo questa storia. Ci è appartenuta. Tutti ci lasciano soli quando non siamo uno stato di valore. Uno stato di valore non ha un esodo di profughi disperati in fuga da una distruzione. Ma che cosa accade a chi è stato declassato nel suo valore nel corso della storia umana? Se Noi lo vediamo anche in questo tempo come se riuscissimo a vederlo in noi, vediamo anche nelle pagine aperte della storia che si sta scrivendo nel mediterraneo che e' la storia delle invadenti invasioni e delle assenze e degli errori. E non vediamo che potremmo essere anche noi?
Cosa vediamo quando osserviamo la storia del Libano se ci risuona la storia di noi quando ci limitiamo a osservare e a trascorrere il tempo alzando muri di critica e di giudizi facili per non voler vedere l'altro uso e destinazione d'uso futuro di questi muri. Per tutto ciò che si lascia dietro (e non voler vedere) del futuro delle generazioni e dei figli che vivranno a formarsi nelle altre periferie e oltre gli alti confini dei muri. Non saper guardare e' il prezzo della storia umana delle guerre e degli esordi degli esodi. Quel prezzo non nasce dalle bombe, arriva dall'unico errore di fondo: l'incapacità di capirsi, l'incapacità di saper vedere oltre l'incapacità per arginare lo schema. L'incapacita' di insistere e di attendere con un sorriso sincero il vero tempo dell'altro, forse, per scoprire quanto è ricco interiormente anche l'altro, e che non conviene, metterlo alla pari con noi. E che per questo conviene spersonalizzarlo, cancellarne il nome, incasellarlo senza libertà di capacità espressiva nell'altra forma che puo' sembrare una pietà per la nostra stessa incapacità nel vederlo integro di un modo di condivisione che puo' dargli anche il desidero di sincero di venirci incontro. E' un gioco difficile il mondo nuovo. Quando si vive nel passato e si arriva fino al momento di ignorarne l'insegnamento si giunge in un contesto preciso in cui non lo si può più vedere. A quel punto la corda della possibile creativa concordia si spezza. E in quel momento nasce la distruzione. Il crollo di tutto. Che nell'ascolto della lontananza del tempo che ci guarda dal tempo di grazia dopo il tempo del fuoco sa farsi il tempo del 'crollante per tutti'.
Pensando al Libano, nei versi scritti della poesia in prosa dell'altro poeta capace di una finestra di respiro finissimo di natura di una purezza straordinaria:

“L’ampia distesa di mare, spalancata sul verde degli agrumeti, giungeva fino all’orizzonte, e il verde e l’azzurro dominavano il panorama che mi stava davanti, prima che i palazzi sempre più alti arrivassero a coprirlo. […] Quegli anni furono un periodo di felice confusione. La scuola […] era un luogo eterogeneo e per la prima volta in classe mi feci amici cristiani […]. La nostra generazione, a differenza di quelle precedenti, ebbe il privilegio di quella mescolanza che allora raggiunse il suo culmine, comprendendo un cattolico di Zahla, un druso dello Shuf e uno sciita, oltre ai maroniti della campagna circostante e agli ortodossi che provenivano dal centro città.”-

Nulla più di essa mi riporta alla simile bellezza incompresa della Sicilia e resto timorosa del suo futuro al punto che ne ho malessere. Mi chiedo, chi in Italia o in Europa, provi malessere pensando a noi crocevia del mediterraneo ormai privo delle navi da trasporto delle merci di vero e importantissimo valore per l'economia mondiale. E mi chiedo chi in Italia provi malessere pensando ai molti governi Italiani caduti per le insoddisfazioni delle fazioni. Mi chiedo se i numerosi governi nati e caduti siano davvero stati capaci di spiegare il meccanismo brutale delle fazioni che li hanno esclusi, e quegli errori che hanno fatto con umiltà nel capire che chi esclude le altre forme e non ha una possibilità di creazione del bene comune, costruisce debolezza. Tutte le forme senza il principio di questa forza di accoglienza prima o poi crollano. E se anche aprono alle fazioni altre e le inglobano, e queste continuano a frammentare il tutto cio' che è il bene comune dal loro interno, accade ugualmente. Senza riuscire ad abbandonare le rigide divisioni delle varie realtà, e continuando, facendone un vanto affinché tutto e tutti crollino allo stesso modo in un mondo profondamente cambiato dove si andrà? Osservando la distruzione della città del Libano mi chiedo anche se, nel proseguire del tempo di ogni legislatura nei tantissimi anni trascorsi non raggiungendo il cuore degli italiani ...se le stesse fazioni o le altre fazioni si siano chieste veramente dal profondo dei pensieri più amorevoli e veri perché gli italiani in segno di protesta e di rivalsa o anche solo per cercare un proprio utile in un mondo di utilitarismi poiché privati del concetto del bene comune, riempivano le piazze. Mi chiedo se gli italiani che ancora prima di questo si abituavano a votare per gli utilitarismi lo dimentichino adesso quando si urla, quando non si ottenga di più, quando si continua appoggiando ancora altre fazioni per far cadere i governi che hanno deluso. Mi chiedo cosa farebbero gli Italiani che disertavano le urne elettorali dei vincenti precedenti, se i vincenti precedenti di un qualunque colore politico si affannassero ancora a cercarli promettendo un qualcosa per raggiungere una certezza. Non ne ho piu' la convinzione di saperlo, eppure se siamo in democrazia, questo pensiero in questo spazio sento ti poter chiederlo.
Perché se in un processo di maturazione meno possibile, il politico e la politica risentivano della scarsa partecipazione al voto nel momento in cui le popolazioni si educavano "al chiedere" per se stesse e non al discernere per poi vederle a restarne dolenti e poi insoddisfatte per quanto era stato dimenticato il bene comune, mi confonde la strada da intraprendere, è lunga.
Come ci si può sorprendere ora, che questo tipo di cultura del votare per chiedere cose personali possa "costituire il bene comune" di una città o di una parte di una nazione o di una nazione in una europa che non è il bene dei privilegi del singolo gruppo contro l'altro ma ha una storia nei loro stati di una costruzione di armonia di cui è esempio ogni città?"
Quanti voteranno ancora per chiedere tra i contagi delle insoddisfazioni al momento delle difficoltà, sono le popolazioni che, non ottenendo ciò che attendevano, e avendo votato una fazione per ottenerlo come era stato loro insegnato per buona politica del vivere, e avendo sperimentato in passato una cattiva politica del voto di se stessi, si inasprivano contro la politica stessa. Ma il bene è una altra cosa. È un sapiente coinvolgere, e attendere, e rispettare, e ricoinvolgere, e crescere. Senza critiche, senza giudizi, senza muri. È una ricerca di ascolto delicata del modo, delle possibilità e delle sintonie che portino a respirare tutto ciò che e' diverso, il bene. Il bene vero. É un convincere iI bene che cresce anche in altro bene. Il bene che attende senza ostacolare nessuno, che non calpesta con passi distratti o voluti l'altro che aperto e fiducioso puo' rivolgere lo sguardo non piu' alle proprie ferite ma alla speranza che può ancora cambiare una mentalità da tempo incastrata in schemi troppo rigidi. Il bene che va in un mondo ancora possibile con un cambiamento che non nasce dallo sguardo che ti incontra senza pensare che servi all'utile di un voto per sé stesso e se non servi puoi aspettare ed essere rimandato indietro tante volte fino a radicalizzarti in un ostruzionismo.
Cosi' oggi è il Libano. Per chi ha fede, Dio ce lo ha messo davanti come un esempio di tutti noi non riuscito. Per chi non ha fede, ma ha tensione di coscienza e tensione etica, può valere ugualmente lo stesso. Per chi ha bisogno, le popolazioni meno colte e più disagiate questo esempio come lo possono comprendere? mantenute in uno stato di bisogno privo di cultura e obbligate da chi può avere bisogno di una continua ricerca di voti per continuare ad affermare un bene da slogan che non saprà farsi comune come lo possono comprendere? Se non si è radicato nel cuore della gente che a dare la forza a una fazione si vince una vittoria di Pirro sulle altre fino al giungere del crollare della stessa?
Come formare semplici esempi dei corsi e ricorsi della storia dell'umanità in tempi di decadenza?
Quando nella forza di una fazione non vince il bene in termini di corretta gestione delle forze della società si fa uno sforzo di squilibrio, nessuna popolazione potrà vincere.
Sì deve trasformare ciò che è trasformabile prima che l'altro si radicalizzi e si abbandoni a posizioni di chiusura da opprimenti muri.
Nel nostro odio.
Nella nostra superficialità
Nel nostro essere inaccoglienti che nasce dalla nostra storia pregressa di un non bene comune raggiunto.
Nella nostra mancata educazione al bene semplice.
Nella spinta all'edonismo di una vita del facile consumismo che sa farci chiudere gli occhi, per assuefarci alla violenza, al superficiale di noi stessi, e al non bene.
Chi accoglierà gli sfollati del Libano dovrà avere il tempo di lavorare su questo.
I flussi migratori provenienti dalle distruzioni dei mondi sono così rapidi e abbondanti da non dare né il tempo a sé stessi per ambientarsi e apprendere cosa siano etica e valori morali nei nuovi paesi di accoglienza.
Essi sono l''inaccoglienza in noi che nasce dall'essere fortemente impreparati al pensiero del bene comune in noi stessi.
Accoglie chi é capace di sapienza e ha una formazione integra, etica, predisposta al bene che può formare il bene perché crede nel bene.
Rifiuta chi ha ricevuto una formazione diversa, fatta dal sopravvivere nella vita col chiedere per dover corrispondere alle più dure leggi di un mondo che del consumismo impera nei suoi massimi esempi, e a questa gente non se ne può dare una colpa se è incapace di formare in chi giunge il pensiero etico.
Si doveva formare prima la gente per dare cultura e amore alla propria città, al proprio stato, al proprio continente di sentita appartenenza, al mondo in cui si respira tutti quanti insieme.
Si potrebbe cominciare a dare suoni di musica alla politica chiedendo che esprima con chiarezza e moderazione ciò che ha ottenuto per il bene comune. In quei momenti si dovrebbe gioire del ricevuto valore e, nel difficile, non dimenticare, ma non lasciar cadere tutto. Prenderne il valore e coinvolgerlo e diffonderlo, abbandonandone le imperfezioni accogliendole senza gettarle via.
Tutte le imperfezioni ritornano, quando sono gettate via, perché in fondo in fondo quando le gettiamo via sono nei nostri begli occhi.

(Rosi Lesto)

Rosi | 06/08/2020 ore 14:26:24 | @

 

Non v'e' colore più bello della morbidezza
delle cose libere.
Da quel momento, l'ora limpida,
fiorisce, e impreziosisce le cose vane
e cedenti.
quel nuovo di magia, più pura sfera viva,
concorda la definizione di ogni norma
e ogni velo chiaro respira, fin quando l'universo
gemma un raggio di luce.


E non è la prima volta nella storia,
che scivola insereno:
iI vento cambia, la nuvola lo attrae
e un mare scuro a sottosquadri netti
aspreggia dentro tutte le cose
che sembravano perse;
e da ogni elemento secondario
lo stinge e lo stringe
a imporgli dentro le sue tenebre.

In ogni spazio della luce, i vecchi tempi, ritornano:
Com'è successo?
Lo spazio della luce, coglie il dolore dell'ombra.
Se non l'avesse,
come rinascerebbe verso.

(Rosi Lesto) lo spazio della luce.

Rosi Lesto | 30/03/2020 ore 11:58:10 | @

 

Un ponte è un tentativo di mettere insieme identità, culture, etc, al di là degli stereotipi dettati dalle ideologie.
È una vicinanza che testimonia da lontano una esperienza.
È un esempio di sostegno reciproco.
E in questo senso e' come la luce che apre e rischiara i percorsi.
Non c'è ponte nel fuoco che annienta i pensieri altrui. Ne' mezzo di comunicazione per presenti e futuri percorsi, ma un pensiero deprivato che si impone.
Per ridurre il pensiero profondo antico di un ponte a un concetto esclusivo pratico basterebbe la grandezza degli Etruschi: quei romani del loro tempo come avrebbero mai percorse e oltrepassate rive tra i fiumi?
E poi i romani stessi furono esempio che un ponte puo' diventare anche l'apice del percorso umano in cui l'origine si perde. O che la stessa praticità dei motivi di utilità va a sopravvento da nuove strade che sovrastano quel ponte mentre esso continua quel suo antico bagliore perduto: il suo antico compito consegnato di reggerle.
In questo senso, un ponte puo' nascere, essere, e poi un esempio che senza memoria sorregge esclusivamente un qualcosa che crolla e che conosciamo fisicamente e non spiritualmente.
Un po' come il pensiero dei rami che camminano estesi e secchi su un tronco mozzo, o dei nani che camminano tra le notti del mondo sulle antiche spalle morte dei giganti senza mai conoscerli...

Come dimenticare che un ponte é una voce, o una luce che insiste e illumina tutti i ciechi che attraversano mentre quel che comunica resiste pure sotto ai loro passi senza più voce?
Un ponte é una voce e basterebbe un ascolto vero di un momento.
E la voce del dopo, poi, alterna quei grandi tempi di grande luce; e quei grandi tempi di grande buio e quei grandi e antichi ponti che comunque, resistono. E la voce di ancora un dopo é dei tempi privati di senso che continuano nel momento che i ponti crollano, ed é quella dell'uomo che è al di sotto dell'uomo senza speranze, quando il ponte si ritorce al tormento esclusivo di se stesso.

Un ponte come l'operoso volto di Dio, accade nei momenti in cui tutto ciò che sembra distrutto cade nel fondo oscuro,
e tutto ciò che era buono e sembra si distrugga, sprigiona la luce.
E se un ponte è un materiale, viviamo per un tutto che poi equivale a un niente e se un ponte non é un ponte, noi viviamo per la luce.

(Rosi Lesto) i diversi tempi delle umanità.

Rosi | 06/03/2020 ore 10:11:21 | @

 

Cos'era la Rinascenza?
La capacità di osservare le cose da più punti di vista.
Una prospettiva del primo raggio di sole del primo mattino che i greci amavano molto.
Parmenide, Platone, Archimede, Aristotele, ci avevano lasciato lezioni straordinarie.
La rinascenza era il mondo che progredisce accogliendo diversi altri punti di vista.
Cosi' c'erano una prospettiva scientifica, oppure una prospettiva simbolica e meravigliosa del colore, che evolvevano da una prospettiva empirica, o dalla sovrapposizione di alcune forme sulle altre o da una prospettiva gerarchica.
La lezione del pensiero unico invece ci aveva portati a un Hitler che irretiva anche i filosofi del suo tempo in quel suo convincere irresistibile da vero maestro di persuasione, che mutava l'opinione delle cose nello stesso cuore della gente che poi lo seguiva.
E accade, quando le opinioni sono manipolanti al punto tale, che le esclusioni degli spiriti più critici che aprono gli occhi, diventa d'obbligo.
Cosi' oggi che si dice tutto cio' che si pensa, la verità è forse un distaccarsi, un mantenersi distanti dagli inganni gettati a forza su ogni verita' impietosamente. Perché quando le parole non servono per convincere un mondo che ormai vive solo di opinioni, c'è un meccanismo a doppio taglio: qualunque persona in una forte condizione di bisogno si asservirebbe all'opinione prevalente ed e' forse questa l'espressione iniziale del tempo delle tirannie che poi formavano un mondo cieco o costretto al silenzio.
Una verità é che in condizioni di bisogno, ci sono uomini che si legano gli uni agli altri per motivi di utilità. Questi motivi di utilità fanno sì che "la giustizia delle persone sulle persone" diventi aggressione e si faccia cieca.
Dei tempi ciechi di Hitler, il massimo esempio era che il vero di ciò che c'era stato appena prima, veniva stravolto e non si riconosceva piu' né poteva difendersi.
Ed e' strano, ma è proprio quel che accade dentro ogni tempo che ha perduto la propria spiritualità e dentro ogni uomo che ha perduto la ricerca della verità.

(Rosi Lesto)

Rosi | 17/01/2020 ore 23:56:09 | @

 

Ricordo grandine sui basolati perlacei: brillava a chicchi che discorrevano fiumi di cielo lottando, e poi giu' veloci, come torrenti che saltellano sui sassi. Cori d'acque che si raccoglievano in piazze quei bei diluvi fuggenti le loro strade di nuvole, e discendevano il Cassaro.
Ricordo suoni di acqua. Scordo la mente musica da ogni particolare essenziale, traggo un cielo da un verso che non e' piu'.
Nessuno pensa al dolore dell'acqua. Nel dolore dell'acqua calpestiamo tutti senza sforzo fin dove il visibile annulla nel fango delle sue strade.

(Rosi Lesto)

Rosi | 10/12/2019 ore 04:27:27 | @

 

Infatti Rosi: qui non si chiedono pene esemplari. Si chiedono pene certe. Fra ergastolo ed assoluzione esistono sanzioni intermedie che possono aiutare sia il ragazzo a redimersi che noi a uscire da casa senza finire in coma. Solo in un paese che ha smarrito il senso delle cose una ovvietà del genere viene persa di vista.

roberto | 06/11/2019 ore 10:00:54 | @

 

Non conosco l'uomo meraviglioso in gravi condizioni e mi dispiace moltissimo per ciò che gli è accaduto. Non conosco il ragazzo che ha commesso l' irresponsabile gesto che tanto male ha causato. Spero che l'uomo guarisca prontamente e che la sua amorevole famiglia riesca a superare con la sua ripresa, la frattura dolorosa che si è aperta nelle loro vite. Un uomo incontra un giovane durante un giorno sereno e nelle nostre vite partecipi di cittadini umanamente preoccupati per le aggressioni che continuano mentre ne siamo coinvolti e ci sentiamo accanto a chi soffre ingiustamente o comunque è ferito a causa di errori assurdi e imperdonabili. E tuttavia, leggendo l'articolo (non questo che condivido adesso) mi veniva quel pensiero cristiano del 'nessuno tocchi Caino' perché mi preoccuperebbe piu' in questo momento che la violenza che purtroppo c'è stata, (e sappiamo bene quanto si vorrebbe poter tornare indietro per rimettere il mondo dell'uomo e dell'aggressore in una condizione di pace serena del nulla accaduto), venga alimentata dalla violenza espressiva dei social che si fa verso forte di rabbia e di condanna per comminare duramente pene e giudizi su chi ha un comportamento che la legge giudicherà per come le compete. Ecco, in questo spazio io leggendo l'articolo mi dispiacevo moltissimo per l'uomo e poi leggendo l'età dell'aggressore mi sono anche detta dispiaciutissima: ma è un ragazzo! E avrei voluto, e lo scrivo per chi sta commentando (in altre bacheche che scorrono sulla home, cose del tipo: chiudetelo dentro in prigione e buttate la chiave!) che é un ragazzo, un ragazzo, un ragazzo, un ragazzo, un ragazzo, un ragazzo di diciannove anni, diciannove anni, diciannove, diciannove. Diciannove anni pienamente e legalmente responsabili considerata la maggiore età compiuta dei diciotto anni (perdonate le ripetizioni che sono scritte qui nel mio spazio ma ora insisto per chi legga e rifletta in quest'ora così in anticipo del mattino) e mi dico ancora: diciannove...diciannove per tutta la responsabilità critica della visione da adulto che quel ragazzo forse non per tutto è, con tutti i condizionamenti della donna che suona il clacson accanto a lui perché non si può attraversare velocemente e svanire da una piazza a causa di un motore lasciato abbandonato in un contesto che è meravigliosamente bello e dunque pedonabile. E lui, un ragazzo, che reagisce. Ed è un ragazzo cresciuto in questo luogo che chiamiamo città : cresciuto tra le stesse esperienze di questo altro luogo che chiamiamo citta' che si dispera perché ricerca la bellezza dei suoi spazi. Un ragazzo con il suo corpo e la sua mente da ragazzo di quei soli diciannove anni possibili che difendono le ragioni di una donna forse più adulta o più giovane (chissà?) che suona il clacson perché non può attraversare una piazza. Ed è un ragazzo di una famiglia di un luogo città-quartiere di cui forse chi vi ha abitato da sempre, adesso apprezza il nuovo cambiamento e ne gode, o relativamente ne gode, oppure sopporta e non riesce ad accettarne bene tutte le limitazioni. Forse si potrebbe spostare un po' il punto di vista: ci si potrebbe chiedere perché un ragazzo non riesce a farle proprie queste aree pedonali che stanno modificando la città, perché non riesca ad accettare che si debba cambiare strada per tornare a casa o per uscire dalla propria casa. Quali problemi ha. Ci si potrebbe chiedere un po' tutti perché un ragazzo di diciannove anni cresciuto in questo luogo citta' non riesce a farsi portavoce di alternative valide anche per lui nella sua città che cresce avanti e un po' 'lateralmente', col senso che da una parte gioisce, o che si adatta, che accetta o mal sopporta costrizioni e che reagisce così. E forse prima di scrivere una condanna sui commenti (verrebbero sempre un po' facili) ci dovremmo chiedere che cosa si potrebbe e si puo' dire tra un uomo e un ragazzo quando i tempi sono formati nel mondo dei social e che il cambiamento semplicemente amabile per chi è più maturo nel pensiero aperto alle esperienze delle gratificazioni reali della vita e che sa farsi benessere non è per tutti. E molto e più difficile da accettare in chi è rimasto indietro nel chiuso limite delle altre esistenze. E ora di questa cattiva azione che coinvolge un ragazzo, un ragazzo diciannovenne che, sembra, già stato soggetto a questo una volta e che cammina con una lente che gli mostra solo una parte sua della storia di una città che in pochi anni è cambiata. Una citta' diventata la grande meravigliosa macchina caleidoscopica dei colori e suoni diversi ma che è pur sempre uguale come un grande motore che ha 'due pistoni' marcianti di cui alternativamente, appena un pistone del suo motore va avanti, ce n'è uno che subito si sposta lateralmente. E se (come sempre) dei due pistoni di questa macchina che e' il nostro luogo-città, uno trascina la marcia e uno si blocca perché non capisce il problema o i bisogni dell'altro ingranaggio, il problema è di tutti. Perché, forse, dove la comprensione di ciò che accade stenta ad arrivare, se un ragazzo cresce nel mondo che reagisce picchiando un altro mondo che non sente suo...che invece dovrebbe esserlo suo, perché parte di una stessa città che adesso si dice che vuole cambiare se stessa... allora si è in una città che ci prova, ma non risana, se non ricostruisce ponti di sostegno e di reciprocità tra i suoi due stessi mondi e volti opposti di una uguale realtà da sempre. Quei due volti di una origine antica che si è sdoppiata senza mai riuscire a integrarsi l'una nell'altra. E il ragazzo (e qualunque ragazzo come lui) con i suoi ormoni reattivi, le sue pulsioni dell'età, e con tutto il mondo che lo ha cresciuto fino qua e che noi non conosciamo, sarà sempre in torto, non sarà recuperabile dopo essere stato giudicato dalla legge. Perché per quanto dal suo punto di vista tutto cio' che gli accade sia ingiusto e difficile, per ciò che ha subito e commesso, se nessuno lo prende per mano, lui che é in formazione attraverso le sue esperienze che vive, non cambierà. E forse questa città non cambierà e resterà sempre diametralmente opposta in tutte quelle cose in cui si può ancora provare e tentare di essere nuovi per avvicinare la parte dell'uno e dell'altro a un qualcosa di condivisibile. Significherebbe che se non si prova a dare comprensione e dialogo si percorrerà ancora di più quel sentiero laterale che spinge a non amare l'altro prima del tempo della trincea. E che chiunque abbia voglia in quel momento di fermare chiunque arrivi e turbi un equilibrio suonando con insistenza un clacson in una piazza, senza comprendere che 'in un luogo città in formazione' come Palermo, ciò che per l'uno è armonia di sviluppo e civiltà, e per l'altro è ancora non riuscire a passare, non si va molto avanti oltre la trincea. Scrivere su un blog forse serve e forse no ma scrivere anche queste cose per chi legge può far bene? Se oggi potessi scriverne su un quotidiano direi Palermo amati, apri gli occhi, tendi la mano a te stessa, ascolta i tuoi ragazzi, le tue mamme, ascolta un tuo figlio adottivo che viene dalla Germania e un tuo figlio che vive qua e lascia che si guardino negli occhi dandosi reciprocamente qualcosa di buono prima che si apra la trincea che nega e rimuove e scatena la stessa realtà che ti appartiene da sempre. Per vedere Palermo che cresce più bella che mai sia stata, che volge gli occhi lontana da ciò che è ancora ovunque nel suo centro profondo che forse potrebbe aiutare a cambiare ci vorrebbero esempi di parole giuste. Perche' penso, che se non si osserva senza ascolto e amore di dialogo vero per tutto ciò in cui si è davvero diversi e che si vorrebbe armonizzare accanto, non si incontra la parte migliore dell'altro ed è difficile andare per lungo tempo da qualche parte. E che se 'Palermo che cambia' non raccoglie e ascolta un suo stesso ritmo interno che si scatena in un ragazzo, allora quel ragazzo lo prenderà per mano qualcos'altro.

Rosi Lesto

rosi | 06/11/2019 ore 09:10:23 | @

 

intanto le elezioni si avvicinano, i toni si alzano (e, a quanto pare, anche i manganelli) e il livello medio di cultura si abbassa.
se tutto va bene siamo rovinati.

lillo | 24/05/2019 ore 09:04:35 | @

 

Ciao Lillo. Approfitto della risposta che ti devo per specificare perché certe volte sembro avercela non tanto con Salvini quanto con singoli esponenti della sinistra. A parte che mi piace ragionare con la mia testa, io immagino di rivolgermi a lettori che siano già convinti che Salvini sia un farabutto. Piuttosto che unirmi al coro che condivido preferisco ragionare e far ragionare senza steccati la parte che in teoria dovrebbe essere la mia, che ha le sue colpe e sulla quale è possibile (forse) intervenire più efficacemente. In sintesi: i salviniani non sono emendabili, noi sbagliamo e ci possiamo correggere.

Roberto Alajmo | 21/05/2019 ore 08:22:25 | @

 

magari qualche burocrate zelante sarà intervenuto nella vicenda della professoressa o in quella degli striscioni.
ma la figura di .... Salvini l'ha fatta personalmente ed in diretta, quando ha dichiarato che intendeva agire contro il PM....

lillo | 20/05/2019 ore 18:05:10 | @

 

Vorrei entrare a pensiero
da un'ala
in un raggio di vento
dolce,
quanto un filo d'erba

e farlo sentire
sorridere
del dire a se stesso:
"quasi quasi m'invento
qualcosa,
qualunque cosa"

poi vorrei dirgli:
"silenzio,
non far rumori
senti in punta di piedi
la volontà fresca
dei fiori
dai loro fili del campo,
quando ogni ala
si vota aperta
all'azzurro".

Anche i fiori, soffrono.
Conviene, abbandonarsi.
Ma nascono integri
per cieli di giorni nuovi.

Oggi per pura
incapacità
di accogliere e rinascere,
non è mai rosa
o acanto

Certo, realtà ne vuole,
il bene e l'acanto
vanno difesi.
Ma non tutti ne sono
capaci.

(Rosi Lesto)

Buona vigilia di Pasqua.

Rosi Lesto | 20/04/2019 ore 12:01:19 | @

 

E' il tempo dei chiodi
infissi
e il mare, si fa scuro.

sfugge il colore dei fiori,
e chiedono
un ultimo aiuto.

e' l'ora, non si respira:
lacci pescosi a fiumi, come funi
a contorcersi,
piedi nudi da scarpe smesse.

Prima si abbracciavano
fissi e accesi come il sole.
ora non dormono.

Corpi a srotolarsi
oltre i confini
delle realta' visibili,

strane nature
delle funi e delle scarpe
per tutto ciò che
é in alto e in basso.

L'uomo non è morto,
e' scomparso.
E' una scarpa nel mare vivo
Che ha una fede affidata
a un colore blu.

(Rosi Lesto)

Rosi Lesto | 18/04/2019 ore 23:42:33 | @

 

"La tela di Penelope"
ovvero:
Una riflessione post-lettura di Palrmo è una cipolla, Remix

Palermo è quella città in cui la magnificenza dei Palazzi nobiliari si contrappone alla fatiscenza delle lamiere dei "lavori in corso per ristrutturazione", sul marciapiede opposto.
Te ne accorgi quando la "vivi" camminando a piedi, questa città.
Puoi osservare la sua marcata dualità, che pare convivere in un patto consenziente, pur non dialogando: due colori che non si mischiano; due facce da Giano, che non si guarderanno mai negli occhi.
E tu, che cammini per i vicoli della Kalsa o della Cala - magari mentre stai raggiungendo il tuo posto di lavoro, perché: che vanto! lavori in pieno Centro Storico! - hai ormai fatto "tue" queste immagini. Le lamiere si sono mescolate col paesaggio-urbano, sono diventate esse stesse "monumenti" della città.
Decadenze che vedi quotidianamente e di cui - quotidianamente - ti lamenti, tra te e te, mentre continui a camminare.
"Che peccato!" - pensi - "Non finiranno mai, questi lavori..."
E lo pensi con sincero rammarico.

Poi, una mattina passi per il tuo solito percorso, ed avverti che c'è qualcosa di strano, di diverso. Non capisci subito cosa sia, ma c'è! A poco a poco, ti rendi conto che l'impalcatura e le lamine metalliche, che ormai quasi salutavi al ritorno, non ci sono più. La facciata, dopo anni che non sapresti neppure quantificare, è completa.
Il bianco del muro offende i tuoi occhi. Perché non ti senti felice? Perché non pensi: "Ah! Finalmente qualcosa che viene portata a termine, in questa "Tela di Penelope""". Provi quasi un fastidio, un nostalgico stupore. Ti sei tanto lamentato con tutti, di questi lavori in corso, e adesso non scatti neppure una foto con il tuo smartphone, per comunicare che qualcosa - eppur - si muove! Per fare vedere che la gente qui lavora, in fin dei conti. Lentamente, ma lavora...

La verità è che ci avevi fatto così tanto l'abitudine a quelle lamiere grigie e ondulate, cariche di scritte rosse di protesta, adesivi e manifesti del teatro, che adesso provi un senso di smarrimento, di mancanza. Hai nostalgia di quella fetta di paesaggio-urbano, che non rivedrai mai più e che ti era diventata familiare alla vista, che ti teneva compagnia, quando andavi verso il lavoro e quando ritornavi verso casa.
Ti senti disorientato, come avessero tolto - nottetempo - un monumento della città, senza prima avvertire. A tua insaputa. E tu non hai potuto salutarlo, né lamentartene per l'ultima volta.

agostella | 16/04/2019 ore 14:13:16 | @

 

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