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REMIX: PICCOLA METAFORA CALCISTICA

Ci dev'essere stato, c'è sempre un momento in cui qualcuno prende un concetto che era nell'aria chissà da quanto tempo e ne fa una sintesi perfetta, confezionata apposta per passare alla storia. In questo caso è un estratto concentrato di quattro parole: Il Problema Di Girarsi. Il primo dev'essere stato Pizzul. Oppure qualche altro telecronista. Pizzul però lo ripeteva spesso: Il Problema Di Girarsi. Lo diceva quando un attaccante riceveva la palla mentre dava le spalle alla porta e un difensore gli andava tormentando la zona compresa fra caviglie e polpacci. Ora che Pizzul si è ritirato, ogni tanto lo dicono anche gli altri telecronisti, per cui il problema è sempre d'attualità. A prima vista si sarebbe portati a pensare che si tratti di un'espressione tecnica, uno di quei blocchi lessicali che servono al telecronista per andare avanti in automatismo senza dire scemenze eclatanti, accontentandosi di restare sul crinale di confine del luogo comune. Qualcosa come Prova Il Destro oppure Si Propone Sulla Fascia. Invece no, Il Problema Di Girarsi è una cosa diversa, che trascende lo specifico calcistico. E' una metafora della vita. Io, non mi vergogno a dirlo, ce l´ho. Dico: il problema di girarmi. Mi sento grande e grosso, consapevole delle mie capacità e della mia potenza di centrattacco. Ma mi pare che di tutti i palloni che mi arrivano, quelli veramente giocabili sono pochi. Pochissimi. Quasi sempre i palloni che capitano dalle mie parti, capitano mentre do le spalle alla porta. Mai un lancio in profondità, mai un cross, mai un passaggio smarcante davanti alla porta. Non sono mai palloni giocabili perché c'è sempre qualcuno dietro che pressa. Il difensore rimane attaccato, dà una serie di spintarelle di genere subdolo. Magari si distillassero in un fallo vero e proprio, conclamato. No. Le spintarelle si mantengono allo stato gassoso, mai abbastanza consistenti da arrivare a una sanzione arbitrale. In questi casi l'arbitro non interviene mai. Ma il difensore fa il suo mestiere di difensore. Il problema sono i miei compagni, che non me la passano mai come vorrei. Io di questo con loro mi lamento, ma con moderazione; e per il resto faccio quello che posso. Cerco di difendermi dalle avversità di gioco. Ma mi pare che il tempo passi, e che io sia costretto ad arretrare sempre di più. Mi viene il sospetto che da un momento all'altro sarà troppo tardi per sperare di smarcarmi e tentare il tiro. Tentare, per giunta. Perché sulla riuscita del tentativo c'é poco da fare affidamento. Più passa il tempo, più arretro; e più arretro meno possibilità ci saranno di indirizzare il tiro dove il portiere non può arrivare. Sempre ammesso e non concesso che prima o poi riesca a girarmi. So bene che da un momento all'altro dovrò prenderne atto: ogni possibilità di tirare mi è ormai preclusa. Probabilmente dovrò rassegnarmi a uno di quegli inutili passaggetti all'indietro che servono solo a irritare i tifosi e perdere altri minuti preziosi. Anzi, lo so io come andrà a finire. Finirà che la stanchezza e i calci dello stopper prevarranno, io perderò lucidità e tutto diventerà confuso attorno a me. In più ci saranno le urla dei tifosi: tira, tira. Eh, tira: una parola. Sarà solo allora – nel caos assoluto, nella mancanza d'ossigeno che arriva al cervello – che finalmente riuscirò a trovare un attimo per alzare la testa e cercare con lo sguardo una soluzione. E la soluzione sarà lì, sorprendentemente vicina. Il portiere mi apparirà a meno di dieci metri, e fra noi non ci sarà nessun difensore. Troverò facilmente il passo, come è ovvio che sia per un attaccante della mia esperienza. Troverò il passo e tirerò. Gol. Fin troppo facile. Fin troppo bello per essere vero, dopo aver passato tutta la partita ad arretrare impercettibilmente ma ininterrottamente. E difatti lo capirò dal silenzio sulle gradinate, dalla faccia dei miei compagni e anche dalla faccia del portiere. Perché quello che si abbasserà a raccogliere la palla in fondo alla rete sarà il mio portiere. La porta sarà la mia porta. L´unica porta dove è possibile tirare sempre e senza difficoltà. Certo, è triste doverlo ammettere. Ma arrivati a un certo punto è l'unico gesto tecnico consentito. Arrivati a un certo punto, non resta altro da fare che questo: rassegnarsi al tempo trascorso e tirare nella propria porta.

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Roberto Alajmo | 20/07/2017

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