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UN PAIO DI GUANTI DA FORNO, MA BELLI SPESSI

(Questo articolo è stato pubblicato sulle pagine siciliane di Repubblica)
Difficile esprimere ciò che la testimonianza di Massimo Ciancimino suscita in un cittadino normale. “Normale” nel senso di mediamente informato, mediamente attento alle cose che accadono attorno a lui, mediamente curioso, mediamente propenso a farsi delle domande e a darsi delle risposte. Insomma: il cittadino normale di quel famoso paese normale di cui tutti vagheggiano come se fosse una specie di Atlantide, ormai.
Tutto poi diventa lampante per chi vive in Sicilia, dove solo chi ha deciso di non vedere riesce a far finta di non vedere. In un paese normale, in una regione normale per un cittadino normale, le rivelazioni di Ciancimino non dovrebbero rappresentare affatto, tecnicamente, delle rivelazioni. Ogni persona di buon senso arriva a capire che facendo l’animatore sulle navi da crociera non si riescono a mettere da parte abbastanza soldi da fondare un impero edilizio e costruire Milano 2 dall’oggi al domani.
Insomma, Massimo Ciancimino non ha dato finora nessuna notizia che già non fosse doveroso sapere. “Sapere” nel senso pasoliniano del termine: io so, ma non ho le prove. Quel che dovrebbe bastare a formare un giudizio di certo non penale: ma morale, personale ed elettorale sì.
Il problema è riuscire a passare dal giudizio morale a quello penale, visto che in Italia sembrerebbe impossibile districare l’uno dall’altro. C’è anzi chi, da una parte e dall’altra, ha giocato a confondere i due piani, sovrapponendoli ad arte per il proprio tornaconto ideologico. Anche a sinistra, in passato, qualcuno ha immaginato di utilizzare qualche scorciatoia giudiziaria per imporre la questione morale all’attenzione dell’opinione pubblica. Ma si è visto che almeno in Italia non funziona così. Anche di fronte a indagini esplosive, a condanne, è subentrata una forma di Alzheimer nazionale che ha consentito la rimozione delle responsabilità. A maggior ragione di fronte a una assoluzione, anche parziale, risulta facile convincere l’opinione pubblica che esiste sempre un complotto della magistratura. A conti fatti, malgrado le apparenze i due giudizi sono districabilissimi, ma la distinzione emerge solo nella maniera più perniciosa.
In particolare, una volta disinnescato il giudizio penale, quello etico sgorga limpido e irrefrenabile come acqua di sorgente. Esemplare è stato il caso di Giulio Andreotti, quando alla formale assoluzione giudiziaria ha fatto seguito una piena assoluzione morale. Riconosciuto colpevole con sentenza definitiva di essere stato il garante politico nazionale di Cosa Nostra, assolto per prescrizione del reato: e subito beatificato moralmente, col rilascio di una patente ideale di statista immacolato.
Nel caso della testimonianza di Massimo Ciancimino si rischia lo stesso genere di contraccolpo, se non arrivano riscontri più che concreti. La copia di una lettera del padre indirizzata al signor Silvio Berlusconi significa poco: interesserebbe giudizialmente la risposta, se mai c’è stata. Allo stato attuale, se anche solo una delle affermazioni di Ciancimino si rivelasse falsa o inesatta, passerebbe nell’opinione pubblica l’idea che l’intero sistema di rivelazioni sia falso, con susseguente trionfo assolutorio morale per il partito di maggioranza. Non che sia giusto: ma così funziona nel nostro paese.
A confortare è il curriculum e la statura dei magistrati che sostengono l’accusa: Ingroia e Di Matteo hanno esperienza e memoria. Di sicuro ricordano la prudenza con cui Giovanni Falcone rintuzzò un tentativo di depistaggio, accusando prontamente di calunnia il pentito Giuseppe Pellegriti, istigato da Angelo Izzo, che aveva indicato Salvo Lima come mandante dei delitti Mattarella, La Torre e Dalla Chiesa. Salvo Lima era Salvo Lima, ma Falcone stroncò sul nascere il depistaggio. A cosa miravano i burattinai di quella vicenda? Ancora oggi non si sa.
Serve prudenza prima di sfornare la teglia mefitica che Ciancimino padre aveva messo a cuocere a suo tempo, e che nel forno è rimasta ad arroventarsi per tutti questi anni. Il figlio dice che è pronto da mangiare. Magari è vero. I magistrati che se ne occupano hanno sentito evidentemente un certo profumino nell’aria: non puzza di bruciato. Hanno avuto maestri tali da sapere che bisogna munirsi di guanti da forno molto spessi, prima di azzardarsi a toccare la teglia. Sempre che ancora non l’abbiano toccata.

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Roberto Alajmo | 13/02/2010

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