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il forum di Roberto Alajmo, scrittore





Su una cosa concordano tutti gli amici d’infanzia e i compagni di scuola, persino i parenti di John Coltrane: non era una cima. Eufemismo classico per mascherare lo sbigottimento di vedere un mediocre trasformarsi in genio universale conclamato. D’accordo, nessuno è un grand’uomo per il suo cameriere (e per i suoi compagni di scuola, e per certi parenti); ma nel caso di JC siamo di fronte a un fenomeno esemplare di genio costruito con la forza della volontà. Altro che Mozart: a parte la morte prematura, con Mozart c’è poco talento naturale in comune. Anche i primi amici musicisti non lo ricordano come un gran che. JC viene fuori poco alla volta, come una specie di diesel, ascoltando gli altri e facendo osmosi. Esercitandosi in maniera ossessiva, cercando la propria strada, sbagliando in continuazione e correggendosi ogni volta. È la prova vivente della convinzione di Hemingway: il genio è al cinque per cento ispirazione e al novantacinque per cento traspirazione. Intesa come fatica, sudore della fronte. Niente infanzia prodigiosa, niente talento innato, per JC. Lui fa marchettoni nei locali, suona nelle bande militari, monta in piedi sul banco dei bar per fare spettacolo, soffre di complesso di inferiorità quando le prime volte Miles Davis lo chiama a suonare con lui, e per giunta gli fa delle gran *****ate . Anche a suonare il sax tenore ci arriva per caso, quando un collega dimentica lì il suo strumento e lui comincia a soffiarci dentro. Usa sempre un certo tipo di ancia rigida, ne prova un’altra, cambia idea e sale di un altro gradino sulla scala della genialità. Ecco, un gradino dopo l’altro JC sale la sua scala fino in cima. Supera i diversi piani dell’autodistruzione e ne esce incolume. Diventa persino vegetariano e mezzo mistico senza smarrire il furore che anima la sua musica, una contraddizione che fa impazzire Ravi Shankar. Poi, a quarantun’anni gli viene un cancro, bum, e muore nel giro di qualche settimana. Sale, sale, sale. Un gradino dopo l’altro, con enorme fatica. Dopodiché la scala finisce e sotto c’è un precipizio. Come la fatica di Sisifo: solo che oltre a essere Sisifo, JC è anche il macigno che precipita dall’altra parte. 88">

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RA | 31/03/2007

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