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il forum di Roberto Alajmo, scrittore





LA LETTERA DI SCIASCIA

(Da 1982 – Memorie di un giovane vecchio)
…Sciascia ha il vantaggio di essere pure un modello a portata di mano. Vive nella mia stessa città, lo vedo passeggiare lungo via Libertà, certe volte, con la modalità tipica delle camminate sul corso da parte di tutti i maschi siciliani. Vale a dire tacendo molto e fermandosi non appena dal silenzio affiora qualcosa da dire, come se le due cose assieme, camminare e parlare, fossero troppo complicate, incompatibili fra loro. Come se lo sforzo necessario a ciascuna richiedesse una forma di applicazione esclusiva.
È proprio in quel periodo, spinto pure dai dilemmi della lotta al terrorismo, che decido di scrivergli una lettera. Una letterina, dieci righe appena, ma molto dense. O almeno: che nelle mie intenzioni devono risultare molto dense. Certo, in alternativa potrei sforzarmi di trovare qualche amicizia in comune o andare alla presentazione di un suo libro e portargliene una copia da autografare; per sfruttare quella manciata di secondi di comunanza che si creano e subito si perdono fra scrittore e lettore. In quel breve momento avrei potuto dire qualcosa di intelligente e cercare di fare colpo su di lui. Preferisco invece la forma epistolare di contatto perché mi pare più immediata e più adatta a un uomo di lettere, da parte di un aspirante uomo di lettere. Prendo spunto da una notarella nella quale Sciascia racconta del suo rapporto con Brancati, di come a Caltanissetta, frequentando da alunno lo stesso liceo dove Brancati insegnava, Sciascia lo osservasse quasi spiandone i comportamenti, nella speranza di assorbirne, per via di qualche osmotico sistema, la linfa dell’intelligenza e della scrittura. Citando quella nota gli scrivo, più o meno:

“Caro Sciascia,
Lei per me è un Maestro. Così come lei osservava Brancati, io pure, di nascosto, osservo lei”.

Cioè: io ventenne, senza aver pubblicato nemmeno una riga, senza possedere nemmeno un mestiere qualsiasi, immagino di proseguire una catena i cui primi anelli sono rappresentati da Brancati e Sciascia. Se non Pirandello prima di entrambi loro.
Senza accorgermi di quanto l’approccio risulti involontariamente ridicolo, affranco e spedisco la lettera, entrando subito nella fibrillazione dell’attesa pessimistica, ben sapendo che difficilmente Sciascia troverà il tempo di rispondere. Il pessimismo di questo tipo di attesa appartiene a un genere molto particolare. Si spaccia per pessimismo comprensivo, ma fin dall’inizio cova un seme di risentimento. Mentre tu aspetti, il pensiero Capisco che lui abbia altro da fare comincia a smottare impercettibilmente in Cosa crede di avere altro da fare? Sottinteso: invece di rispondere al sottoscritto.
Dibattuto in questa attesa miscelata di finta modestia e autentico malanimo, trascorro prima settimane e poi mesi. Passa la primavera, poi l’estate e l’autunno. In inverno non ci penso nemmeno più. Leonardo Sciascia, pur essendo mio concittadino - tanto vicino da poterlo toccare, persino uccidere come un fan ha fatto un paio d’anni prima con John Lennon -, rimane un modello inarrivabile. Nel mio limbo di attesa senza più attese continuo a leggere i suoi libri e gli interventi sui giornali senza negarmi una punta di acido scetticismo. Leggo e penso: scrivi, scrivi; tanto, per quanto belle e bene allineate, sono solo parole, mentre quando si tratta di dare un segnale a un giovane intellettuale (che sarei io) te ne freghi. Come mio padre, come la mia famiglia, come la società, come tutti. Avvitato in questa spirale di pessimismo giovanilistico, non esito a relegare il mio scrittore preferito nel mazzo di coloro che si frappongono fra me e una confusa forma di felicità e realizzazione personale.
Bisogna sapere che in quegli anni io divido l’appartamento con un amico. Fabrizio. Anzi, per la precisione: Fabrizio mi ospita a casa sua, essendo io quasi del tutto privo di sostentamento. Si tratta di un’amicizia virile, di quelle che Borges definisce con tanta precisione: che si affrettano a tralasciare la confidenza per fare a meno ben presto anche della conversazione, nutrendosi di partite a scacchi e comunicazioni di servizio. È un amico di poche parole, Fabrizio, e io per questo lo apprezzo. Talmente poche parole sentiamo il bisogno di scambiarci, che non si dilunga nemmeno la sera in cui distrattamente mi porge una busta.
- Questa è per te. Era arrivata verso aprile. L’avevo messa nella tasca del cappotto, poi ho fatto il cambio di stagione ed è rimasta lì per tutto questo tempo.
Maledette estati siciliane, sempre così lunghe.
La lettera è di Sciascia. Ha risposto subito, adoperando più righe di quelle che gli avevo indirizzato io. Dice:

“Caro Roberto Alajmo,
la sua lettera mi è di grande simpatia. E non come maestro – lo sono stato per vent’anni alla scuola elementare. Venga qualche volta a trovarmi . Quando sono a Palermo (e ci sarò dalla fine di maggio), di solito, la sera vado alla Galleria Arte al Borgo di via Mazzini.
Con i saluti e gli auguri più cordiali,
Leonardo Sciascia”

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Roberto Alajmo | 20/11/2011

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