"Non posso vivere con una persona che non può vivere senza di me"
(Nadine Gordimer)
(Da 1982 Memorie di un giovane vecchio)
Sciascia ha il vantaggio di essere pure un modello a portata di mano. Vive nella mia stessa città, lo vedo passeggiare lungo via Libertà, certe volte, con la modalità tipica delle camminate sul corso da parte di tutti i maschi siciliani. Vale a dire tacendo molto e fermandosi non appena dal silenzio affiora qualcosa da dire, come se le due cose assieme, camminare e parlare, fossero troppo complicate, incompatibili fra loro. Come se lo sforzo necessario a ciascuna richiedesse una forma di applicazione esclusiva.
È proprio in quel periodo, spinto pure dai dilemmi della lotta al terrorismo, che decido di scrivergli una lettera. Una letterina, dieci righe appena, ma molto dense. O almeno: che nelle mie intenzioni devono risultare molto dense. Certo, in alternativa potrei sforzarmi di trovare qualche amicizia in comune o andare alla presentazione di un suo libro e portargliene una copia da autografare; per sfruttare quella manciata di secondi di comunanza che si creano e subito si perdono fra scrittore e lettore. In quel breve momento avrei potuto dire qualcosa di intelligente e cercare di fare colpo su di lui. Preferisco invece la forma epistolare di contatto perché mi pare più immediata e più adatta a un uomo di lettere, da parte di un aspirante uomo di lettere. Prendo spunto da una notarella nella quale Sciascia racconta del suo rapporto con Brancati, di come a Caltanissetta, frequentando da alunno lo stesso liceo dove Brancati insegnava, Sciascia lo osservasse quasi spiandone i comportamenti, nella speranza di assorbirne, per via di qualche osmotico sistema, la linfa dellintelligenza e della scrittura. Citando quella nota gli scrivo, più o meno:
Caro Sciascia,
Lei per me è un Maestro. Così come lei osservava Brancati, io pure, di nascosto, osservo lei.
Cioè: io ventenne, senza aver pubblicato nemmeno una riga, senza possedere nemmeno un mestiere qualsiasi, immagino di proseguire una catena i cui primi anelli sono rappresentati da Brancati e Sciascia. Se non Pirandello prima di entrambi loro.
Senza accorgermi di quanto lapproccio risulti involontariamente ridicolo, affranco e spedisco la lettera, entrando subito nella fibrillazione dellattesa pessimistica, ben sapendo che difficilmente Sciascia troverà il tempo di rispondere. Il pessimismo di questo tipo di attesa appartiene a un genere molto particolare. Si spaccia per pessimismo comprensivo, ma fin dallinizio cova un seme di risentimento. Mentre tu aspetti, il pensiero Capisco che lui abbia altro da fare comincia a smottare impercettibilmente in Cosa crede di avere altro da fare? Sottinteso: invece di rispondere al sottoscritto.
Dibattuto in questa attesa miscelata di finta modestia e autentico malanimo, trascorro prima settimane e poi mesi. Passa la primavera, poi lestate e lautunno. In inverno non ci penso nemmeno più. Leonardo Sciascia, pur essendo mio concittadino - tanto vicino da poterlo toccare, persino uccidere come un fan ha fatto un paio danni prima con John Lennon -, rimane un modello inarrivabile. Nel mio limbo di attesa senza più attese continuo a leggere i suoi libri e gli interventi sui giornali senza negarmi una punta di acido scetticismo. Leggo e penso: scrivi, scrivi; tanto, per quanto belle e bene allineate, sono solo parole, mentre quando si tratta di dare un segnale a un giovane intellettuale (che sarei io) te ne freghi. Come mio padre, come la mia famiglia, come la società, come tutti. Avvitato in questa spirale di pessimismo giovanilistico, non esito a relegare il mio scrittore preferito nel mazzo di coloro che si frappongono fra me e una confusa forma di felicità e realizzazione personale.
Bisogna sapere che in quegli anni io divido lappartamento con un amico. Fabrizio. Anzi, per la precisione: Fabrizio mi ospita a casa sua, essendo io quasi del tutto privo di sostentamento. Si tratta di unamicizia virile, di quelle che Borges definisce con tanta precisione: che si affrettano a tralasciare la confidenza per fare a meno ben presto anche della conversazione, nutrendosi di partite a scacchi e comunicazioni di servizio. È un amico di poche parole, Fabrizio, e io per questo lo apprezzo. Talmente poche parole sentiamo il bisogno di scambiarci, che non si dilunga nemmeno la sera in cui distrattamente mi porge una busta.
- Questa è per te. Era arrivata verso aprile. Lavevo messa nella tasca del cappotto, poi ho fatto il cambio di stagione ed è rimasta lì per tutto questo tempo.
Maledette estati siciliane, sempre così lunghe.
La lettera è di Sciascia. Ha risposto subito, adoperando più righe di quelle che gli avevo indirizzato io. Dice:
Caro Roberto Alajmo,
la sua lettera mi è di grande simpatia. E non come maestro lo sono stato per ventanni alla scuola elementare. Venga qualche volta a trovarmi . Quando sono a Palermo (e ci sarò dalla fine di maggio), di solito, la sera vado alla Galleria Arte al Borgo di via Mazzini.
Con i saluti e gli auguri più cordiali,
Leonardo Sciascia
