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Cuore di madre


ORAMAI CHI 'NNI RESTA?

(da I Quaderni dell'Ora)
Siccome in questa città non si buttano via manco le macerie della Seconda Guerra Mondiale, da qualche parte, in un angolo dell’Albergheria o fra due palazzine del Borgo Vecchio, dev’esserci ancora qualche festone di bandierine rosanero che risale all’anno del ritorno del Palermo in serie A.
Sono passati più o meno dieci anni, e le bandierine hanno avuto tempo di venire sbiancate dal sole e infeltrite dalle intemperie. Rari straccetti di plastica appesi a un filo sono quel che resta dell’amore fra Palermo e Maurizio Zamparini, l’ultimo dominatore della città, degno erede di Arabi e Angioini: prima accolto da salvatore e poi disprezzato come l’ultimo dei pezzenti. Sic transit gloria mundi, e specialmente se di gloria calcistica si parla.
(...)
Volendo vedere l’aspetto positivo di ogni rovescio, si può sperare che la fine delle illusioni rappresenti anche la fine di un equivoco: quello di chi credeva che dietro la squadra ci fosse un movimento sportivo e civile. Che cioè si potesse azzardare una sovrapposizione fra Palermo e il Palermo. Fra la squadra di serie A e la città di serie C. In fondo, tanto peggio tanto meglio: cade una delle ultime foglie di fico, e con questo i palermitani hanno esaurito la serie degli alibi immaginari. D’ora in poi bisognerà guardare in faccia la realtà.
La realtà è che una società calcistica non potrà mai essere troppo diversa dal contesto che la ospita e l’ha generata. Neppure se a finanziarla è un colonizzatore straniero. La storia del Palermo Calcio è piena di scandali piccoli e grandi, dai biglietti omaggio regalati agli esponenti di Cosa Nostra in giù (o in su). Il presidente Parisi ucciso in un agguato. Gambino morto in carcere. Ferrara e Matta che pure il carcere a suo tempo hanno assaggiato. Risalendo per i rami della genealogia dirigenziale, i fiori di virtù sono rari: Barbera, Lagumina e pochi altri. Non che fosse impossibile trovare a Palermo persone perbene, ma le persone perbene qui si scontrano sempre con la più tossica delle domande: Chi te lo fa fare?
Con gli anni gli imprenditori cittadini si sono fatti furbi, e hanno capito quanto poco convenga esporsi. La dirigenza di una società di calcio rappresenta il massimo della visibilità in una città che vive di ricchezza in nero, fortune improvvise, fenomeni finanziari di carattere carsico. Con questi presupposti, attirare l’attenzione diventa un peccato imperdonabile. Altro che comprare la società: persino finire come sponsor sulle maglie della squadra significa sfidare il destino. Tenere un profilo basso, ciò che altrove è solo scelta di discrezione, a Palermo diventa una forma di prudenza quasi scaramantica. Meglio evitare di attirare le invidie, i controlli della Guardia di Finanza e quel genere di rapporti vischiosi che in Sicilia il ruolo di presidente di una squadra di calcio inevitabilmente comporta.
A ciò si aggiunga l’inconsulta presunzione dei palermitani, perennemente convinti di possedere un blasone che non hanno mai conosciuto. Una nobiltà sia pure decaduta, con relativi diritti tutti da dimostrare. Alimentare questo genere di illusioni è più che difficile: è inutile. Perché non esiste traguardo intermedio che il (tifoso) palermitano consideri sufficiente.
Questa infondata presunzione è ben rappresentata da un aneddoto. In una delle annate belle il Palermo si trovava a una sola lunghezza dall’Inter capolista. Si era a inizio campionato, e capitò che proprio a quel punto l’Inter dovesse venire a giocare alla Favorita. C’era grande aspettativa in città. Biglietti esauriti, bandiere rosanero in esposizione sui balconi e persino qualche carosello stradale preventivo. Finché venne il giorno della partita, che si svolse secondo la classica spartizione dei ruoli: il Palermo attaccò, e l’Inter vinse. L’indomani, gran delusione nei negozi di barbiere e nei caffè. Il cameriere di uno di questi si rivolse a un avventore abituale con tono disilluso, sottintendendo che il sogno dello scudetto era ormai sfumato. La frase esemplare fu: “Dutture, oramai chi ‘nni resta? ‘A Chempion Lig…”.
Gli pareva poco: e, beninteso, a fine campionato non arrivò neppure un piazzamento d’onore sufficiente a raggiungerla, la Champions League. La stessa disillusione di quel cameriere viene a maggior ragione declinata oggi, quando la parabola delle fortune rosanero minaccia di avere imboccato una china discendente forse irreversibile. Oramai chi ‘nni resta? L’unica è cominciare a prendere in esame l’idea di avere vissuto fin troppo a lungo al di sopra dei nostri mezzi calcistici. E non solo calcistici.

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Roberto Alajmo | 21/11/2011

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