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I FAMOSI VELENI DELLA PROCURA

Già il palazzo di giustizia di Palermo nella sua interezza è un edificio inquietante. Severo come tutta l'architettura del fascismo, aggiunge un tocco kafkiano nell'ossessiva teoria dei corridoi, e soprattutto nell'enigmatica distribuzione dei piani. Di fatto, succede che il profano non riesca mai a capire esattamente dove si trova in quel determinato momento. Se non lo sa, non ha modo di saperlo. È il risultato di una capricciosa disposizione degli ammezzati, cui si aggiunge il fatto che per motivi imperscrutabili non tutti gli ascensori si fermano a tutti i piani. La procura, nel senso dello spazio fisico destinato a ospitare gli uffici della procura della repubblica, è un ambiente vasto, marmorizzato e rarefatto, rispetto al resto del palazzo: qui entrano solo in pochi, il grosso del pubblico resta fuori. Sulla destra e sulla sinistra si aprono gli uffici dei singoli sostituti. Dietro la porta, gli uomini della scorta aspettano. Il profano si trova a disagio perché sa – ha letto, ha sentito dire – che questa è la famosa procura dei veleni. La definizione, salvo precedenti di minore entità, risale alla fine degli anni ottanta, quando alle massime cariche dello stato cominciarono ad arrivare una serie di lettere anonime – ma informate, e abili nel mescolare informazioni e illazioni – tese a screditare il lavoro di Giovanni Falcone e degli altri magistrati del pool antimafia. In particolare era la gestione del pentito Totuccio Contorno a essere argomento di quelle lettere. Contorno era stato arrestato nell'82, e dopo essersi pentito era stato trasferito negli Stati Uniti sotto protezione. Nel maggio dell'89, rispuntò in Sicilia. Secondo il Corvo, come venne soprannominato l'estensore delle lettere anonime, Contorno sarebbe stato illegalmente utilizzato da Falcone, da Ayala e dal capo della Polizia, Parisi, per stanare i latitanti. Sospettato, processato e assolto in appello per la vicenda fu il sostituto procuratore Alberto Di Pisa. Da allora in poi, a intervalli regolari, i giornali sono tornati a parlare di veleni alla procura di Palermo. Da ultimo, per raccontare la gestione delle indagini su mafia e politica da parte del procuratore Grasso, accusato di aver normalizzato la Direzione Distrettuale Antimafia estromettendo alcuni sostituti (Lo Forte, Scarpinato) che erano la memoria storica dell'ufficio. Questo sulla base della norma che prevede la rotazione dei ruoli. Dalla prima stagione dei cosiddetti veleni sono passati quasi vent'anni, e sulla base dell'esperienza maturata, l'osservatore profano non riesce più a districarsi in una materia che in larga parte sfugge alla sua comprensione. Troppe volte è successo in passato, e continua a succedere, di scoprire che i buoni non erano poi troppo buoni e i cattivi non erano poi così cattivi. La prudenza deriva dalla memoria, e la memoria è paralizzante, in questo caso. A un certo punto pareva che anche Falcone, persino Borsellino, non fossero con entrambi i piedi dalla parte giusta della barricata. Poi è arrivata la morte a spazzare via i dubbi, e alla beatificazione hanno provveduto anche alcuni nemici storici dei due magistrati. Al di là di ogni polemica, però, tutti i colpi di scena che si sono succeduti nel tempo dovrebbero consigliare prudenza nei giudizi, sia nell'esaltazione che nella denigrazione dei singoli magistrati. Le sorprese, sorprese spiacevoli, in passato non sono mancate: a isolare i singoli troppo esposti, in Sicilia, si rischia di creare martiri. Per questo l'osservatore profano è paralizzato nelle sue opinioni. Vagamente intuisce che dietro l'ultima stagione di veleni ci sia una resa dei conti successiva al processo Andreotti. Quello che, a leggere con attenzione le motivazioni della sentenza, si è rivelato un disastro politico e di immagine, più che giudiziario in senso stretto. Anche questa tesi, però, è azzardata. È come se per tutte le vicende che ruotano attorno alla procura di Palermo la prospettiva storica continuasse a mancare anche a distanza di anni. Persino chi si sforza di seguire le alterne fortune dell'antimafia non può che allargare le braccia e ripetere la formula adoperata da un desolato Leonardo Sciascia, quando negli anni ottanta gli chiedevano delle dinamiche mafiose più recenti: Non si capisce.

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Roberto Alajmo | 20/07/2006

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