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Ogni tanto, almeno a livello mondiale, emerge ancora qualche giornalista all’antica, di quelli che, sia pure fra molte difficoltà, riescono a incidere sulla coscienza dei lettori e quindi sulla realtà del loro tempo. Non sono molti, ma qualcuno sì. Sono figure disparate come Michael Moore e certe volte disperate, come Anna Politkovskaja. Difficile immaginare due testimonianze all’apparenza più diverse, ma con qualche elemento in comune. Il regista di Sicko è più sarcastico, l’autrice di Diario Russo (Adelphi) più implacabile. Moore adopera un mezzo di enorme impatto come il cinema, la Politkovskaja si arrangiava coi margini risicati della carta stampata. Ma entrambi hanno in comune l’avversione su misura nei confronti di un uomo di potere: Moore sta alla Politkovskaja come Bush sta a Putin. Come l’Iraq sta alla Cecenia, in fondo. Moore e la Politkovskaja si battono contro i regimi più o meno light che si sono installati nel cuore delle due maggiori potenze mondiali dopo che è venuta meno la contrapposizione frontale fra comunismo e capitalismo. Di Bush e di Putin è difficile parlar male senza urtare le suscettibilità dei rispettivi sostenitori, secondo cui in nome dell’antiterrorismo e dell’anticomunismo tutto è concesso. L’ostinazione di Moore e della Politkovskaja è proporzionata all’enormità del potere degli avversari che si sono scelti, ed è stata premiata da una popolarità che travalica i confini dei rispettivi paesi. Ma con una differenza sostanziale: uno è vivo, l’altra no. L’altra è stata ammazzata. Per stabilire se sia preferibile la demenza senile della democrazia americana o la dittatura di estremo centro dominante in Russia, forse i destini diversi di Michael Moore e Anna Politkovskaja possono essere una chiave di lettura. Forse bisogna essere persino contenti che in occidente i giornalisti non vengano ammazzati (quasi) mai.

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Roberto Alajmo | 11/07/2008

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