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REMIX: I MORSI DELLA GUERRA

Di tutte le legittime obiezioni alle tesi che sono esposte in “Arriva la fine del mondo / e ancora non sai cosa mettere”, ce n’è una che mi pare fondata su una specie di cattiva coscienza collettiva mascherata da pacifismo.
Quando io sostengo che siamo la prima generazione dell’umanità che è cresciuta senza conoscere la guerra, molti lettori sono saltati dalla sedia obiettando che in questo momento ci sono almeno una sessantina di conflitti sanguinosi, sparsi per il pianeta.
Oltretutto in almeno un paio di questi siamo coinvolti personalmente, come italiani.
Un’obiezione del genere presuppone di non aver letto il libro, o averlo letto male. Perché io specifico chiaramente di rivolgermi a un lettore che appartiene a quella parte del mondo che non ha conosciuto la guerra in casa propria.
Indignarsi e dissentire dalle cosiddette guerre umanitarie è comprensibile e umano, anzi sacrosanto. Ma c’è un’enorme differenza fra compatire il popolo afgano o iracheno ed essere il popolo afgano o iracheno.
È la differenza che passa fra vedere una casa bombardata in televisione e vedere la propria casa distrutta da un bombardamento.
La sacrosanta pietà nei confronti delle vittime di una guerra non ci esime dal riflettere sulle nostre responsabilità, che vanno oltre il mandare un contingente di pace in zona di guerra. Né dissentire basta a lavarsi la coscienza.
Se il nostro cane morde un passante è senz’altro spiacevole, e il minimo che possiamo fare è chiedere scusa e offrire un risarcimento. Ma io parlo di quando un cane morde noi. Quando è la nostra carne a staccarsi dal resto del corpo. Parlo di quel dolore lì, che la nostra generazione non ha mai sofferto.
Non capire la differenza fra mordere ed essere morsi, questa sì che rappresenta una forma di superficialità autoassolutoria.

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Roberto Alajmo | 17/06/2017

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