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REMIX: ESSERLO O NON ESSERLO

Il se-dicente poeta dimostra un bisogno vitale di sentirsi poeta. Di essere riconosciuto come poeta.
Niente giustificherebbe altrimenti il fatto stesso di costruire una frase che somigli a un verso, se non il fatto che almeno l'autore abbia deciso a priori di considerarla tale.
Esiste un circolo chiuso che comincia dal pensare a sé come poeta e finisce con lo scrivere poesie, di modo che dopo un paio di giri sia impossibile capire se è cominciata prima l’una cosa o l’altra.
Questo circolo vizioso vale in generale per molti generi artistici contemporanei – a far data dalla famosa fontana di Duchamp, perlomeno - ma non, ad esempio, nel campo filosofico, dove gettare fumo negli occhi non è che sia impossibile, ma di sicuro almeno un po’ più complicato.
Ci sono in giro molti più poeti che filosofi.
Un filosofo può essere considerato buono pur senza necessariamente doversi sentire tale.
Ma viceversa, a quanto pare, non si può essere poeta senza credere di esserlo. Il che non garantisce nulla, ma il rapporto viene percepito come necessario e sufficiente.
Se una persona vuole essere poeta è già discutibile come condizione necessaria il fatto che creda di esserlo. Di sicuro però è condizione molto lontana dall’essere sufficiente. Gli ingredienti sono tutt’altri, e fanno riferimento a una ricetta empirica, magari messa assieme con quel che resta in frigorifero dal giorno prima. Una ricetta involontaria, di quelle che si trovano senza cercarle, per pura serendipity: ma avendo alle spalle un lungo lavoro di studio e ricerca.
Il seme cade per caso, ma il terreno ha bisogno di essere prima arato e poi concimato con molta cura.

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Roberto Alajmo | 18/04/2017

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