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E' stato il figlio


ENZO SELLERIO E IL PANTOCRATORE

(Dal Mattino di oggi)
(...) In realtà non sorrideva quasi mai; almeno non negli ultimi anni, dopo aver visto Palermo scendere un gradino dopo l’altro, fino a rappresentare solo un set per quel genere di fotografi che detestava, che a giudicare dai loro scatti sembravano sempre essere sul punto di esalare l’ultimo respiro (ipse dixit).
Era difficile fare breccia nella sua corazza di siciliano tendente alla grevianza, una forma di sardonica scontrosità che esercitava nei confronti degli estranei e dei giovani, soprattutto, che per entrare nella sua confidenza dovevano dimostrare di meritarlo: e anche dopo averlo dimostrato, non è detto che ci riuscissero. Si riservava una specie di cassazione discrezionale che spesso decretava l’ostracismo anche a chi aveva mostrato la massima devozione nei suoi confronti. Carattere bizzoso, da imperatore romano, possedeva anche un cranio adeguato e solenne, degno di essere immortalato nel marmo.
Battutista, editore, fotografo, collezionista, intellettuale, era conosciuto anche come autore di scherzi pubblici e privati. Una volta si presentò a un salone del libro, in conferenza stampa, indossando un gonnellino. Scherzava sulla proliferazione di case editrici fondate da donne. Stava molto attento a non urtare la suscettibilità di Elvira, con la quale nel ‘69 aveva dato vita alla fortunata avventura editoriale; nell’83, dopo la separazione, se l’erano spartita senza acredine. Ma si sarebbe fatto ammazzare per una battuta: “Prima per tenere buona una signora dell’alta borghesia, il marito le apriva una boutique; adesso, come minimo, le spetta una casa editrice”.
Un umorismo fendente, che traspariva anche da molti suoi scatti, a cominciare da quello di Alberto Sordi, ritratto nella Villa dei Mostri di Bagheria, con la testa circonfusa da una specie di aureola di pietra e lo sguardo da santo impunito. A un certo punto, in polemica con non importa chi, fuori dalla porta del suo studio aveva affisso un cartello: “Vietato l’ingresso ai bagheresi”. Poi, dopo le proteste di qualcuno, aveva cominciato a fabbricare e rilasciare delle tessere strettamente personali, che consentivano la visita ai singoli bagheresi da lui ritenuti degni di considerazione. Gli amici conoscevano questa sua vena tipografica, che in molte circostanze si estrinsecava nella produzione di cartoline. Su una di queste, realizzata in occasione del capodanno del 2000, aveva fatto scrivere: “Stiamo trasecolando”.
Dicono che fosse molto bello, da giovane. Aveva un paio di occhi chiari che in vecchiaia avevano acquisito l’apparenza liquida di chi ne ha viste troppe per lasciarsi impressionare da un paradosso siciliano in più. Ma trovava modo di sfoderare ogni tanto, su singole tematiche, la daga della sua furiosa indignazione, e trovarne sempre la lama perfettamente affilata. Quando la nuova sede del comune di Cefalù venne costruita proprio di fronte al duomo normanno, lui prese la penna e lo definì “un duomicidio”.
Negli anni Sessanta aveva avuto l’incarico di fotografare i mosaici del Duomo di Monreale. Per riuscirci aveva fatto montare una grande impalcatura che gli consentiva di trovarsi esattamente di fronte al Cristo Pantocratore. Al momento dello scatto, disse: “Sorrida, Signor Cristo”. E in quel momento si verificò un colossale cortocircuito dell’impianto luci, con relativo principio d’incendio.
Ora non si sa se veramente Enzo Sellerio ieri si sia trovato nuovamente occhi negli occhi con Dio: ma se anche così fosse, c’è da essere sicuri che avrà trovato una battuta per farsi perdonare.


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Roberto Alajmo | 23/02/2012

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