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il forum di Roberto Alajmo, scrittore





IL SILENZIO DEGLI IMPACCIATI

Dopo aver fatto l'amore, il primo che apre bocca dice una cazzata. Anonimo C'era questa ragazza, Giulia, che mi piaceva non molto: moltissimo. Di lei non sapevo niente. Era amica di amici, e spuntava ogni volta alle feste che si tenevano il sabato pomeriggio. Le feste che si montavano con poco, in quell'età miracolosa in cui i ragazzi cominciano a innamorarsi delle ragazze e quasi mai viceversa. O perlomeno: non dei loro coetanei. Insomma, Giulia. Cominciamo dal fatto che Giulia ballava e io no. Questo diminuiva drasticamente le opportunità di una conoscenza formale. Non del tutto, però. In quel tempo c'era la risorsa dei lenti. E quelli anch'io li ballavo. Aspettavo che le ragazze si sfiancassero per ore coi veloci e allora, zac, intervenivo io, che nel breve tempo di un ballo lento puntavo a far breccia nelle loro difese sensuali ormai indebolite. Seppi aspettare anche quella volta. Dopo lo scatenamento dei veloci, la invitai a ballare uno di questi lenti di fine pomeriggio. Per un lento bastava essere capaci di un dondolarsi approssimativo. Una mano sui fianchi e un minimo di conversazione: Come ti chiami? Quanti anni hai? Cose del genere. Cose che sapevo già, fra l'altro. Di lei sapevo tutto. Malgrado la scaletta di argomenti che mi ero preparato, nella conversazione ci furono delle lunghe pause, e inevitabilmente venne il suo turno di fare domande. Lei parlava a voce molto bassa, o forse l'effetto combinato di emozione e timidezza doveva avermi saturato di cerume le orecchie, perché a un certo punto non riuscii a capire cosa mi avesse chiesto. - Come? Lei ripeté, e io ancora una volta colsi solo l'intonazione interrogativa. - Cosa hai detto? Lei ripeté per la terza volta, e io ancora niente. - Scusa, ma non ho capito. Alla quarta volta, continuando a non capire niente, mi parve sconveniente chiedere ancora. Decisi di lanciarmi a indovinare, e nello stesso tempo mantenermi sul vago per non sbagliare. Risposi: - Non lo so. L'ignoranza non è colpa. Eppure, in quell'attimo la sentii irrigidirsi. Il ballo finì senza che ci fossero altre domande. La comunicazione fu concentrata nell'impercettibile stringere delle mie mani sui fianchi e nel suo osservare i dieci centimetri di distanza e rispetto che ogni ragazza per bene ci tiene a mantenere. Quando la musica finì, una volta ripristinate le comunicazioni verbali, risultò che la sua domanda era stata: - Dove vai a scuola? In seguito, la mia amicizia con Giulia non ebbe sviluppi significativi, ed è probabile che ancora oggi, se pure si ricorda di me, mi consideri un perfetto cretino. Tutta questa premessa per raccontare come quasi sempre il silenzio sia preferibile anche alla più prudente delle parole. Mi rendo conto che questo convincimento proveniente da un siciliano, nato e cresciuto nella terra capitale dell'omertà, può risultare sospetto. Ma se si escludono i casi penalmente patologici, l'arte di tacere può contare su alcuni illustri sostenitori di provenienza disparata, da Wittgenstein a Krishnamurti, passando attraverso ogni genere di mistici e meno mistici. Un piccolo successo di nicchia sorrise qualche anno fa a un libriccino dell'abate Dinouart dedicato proprio a quest'arte trascurata: senza che tuttavia smettesse di essere trascurata. Di tutti questi autori qui si tace, per rispetto al tema dato e misericordia del lettore. Insomma, l'elogio che mi accingo a fare non è dettato da tendenze cromosomico-regionalistiche. Il silenzio è transnazionale. Prova ne sia il seguente repertorio delle diverse tipologie di silenzio esistenti in natura: - Il silenzio di notte sui voli intercontinentali. - Il silenzio subacqueo. - Il silenzio colpevole - Il silenzio innocente. - Il silenzio fra due rumori. - Il silenzio fra due note. - Il silenzio fra due pensieri. - Il silenzio fra una zanzara e l'altra. - Il silenzio un attimo dopo che è andata via la luce. - Il silenzio delle serate in campagna. - Il silenzio delle serate in campagna dopo l'abbaiare di un cane in lontananza. - Il silenzio prima del fischio di un treno. - Il silenzio dopo il fischio di un treno. - Il silenzio in vagone letto, dopo che l'altoparlante ha annunciato: "Paola. Stazione di Paola". - Il silenzio d'estate, quando le cicale hanno deciso di farla finita e un attimo prima che ricomincino. - Il silenzio domestico dopo che il penultimo componente della famiglia è andato a letto. - Il silenzio domestico dopo che il penultimo componente della famiglia è andato a letto, tu accendi il televisore, il volume è al massimo, e tu lo azzeri completamente dopo una frazione di secondo. - Il silenzio in cucina, dopo che il frigorifero ha scaricato e s'è zittito. - Il silenzio del mattino, quando gli altri dormono e fa ancora quasi buio. - Il silenzio di una casa abbandonata dove sei vissuto. - Il silenzio del tuffatore. - Il silenzio in una chiesa deserta. - Il silenzio di montagna. - Il silenzio prima della battuta del tennista. - Il silenzio prima della battuta del tennista (seconda palla). - Il silenzio dopo il pianto di tuo figlio che finalmente si è addormentato. - Il silenzio di due maschi adulti che giocano a scacchi. - Il silenzio dopo aver fatto l'amore. - Il silenzio dopo aver fatto l'amore sapendo che l'altro si aspetta che tu dica qualcosa. - Il silenzio di un alunno impreparato di fronte all'insegnante. - Il silenzio sulle piste da sci dopo che il penultimo è sceso e gli impianti di risalita sono ormai chiusi. - Il silenzio che Emily Dickinson segnava fra i suoi versi con un trattino. - …- … Le categorie sono pressoché infinite. Persino il silenzio solitario individuale, il silenzio scelto e perseguito, possiede tonalità diverse a seconda del soggetto e delle circostanze. Il vuoto della mente, quello predicato dalle filosofie orientali come forma di introspezione, è una conquista e non ha niente a che vedere col silenzio assordante che si può immaginare nella mente del condannato a morte mediante iniezione letale, quando il farmaco paralizzante ha già avuto effetto, e quello letale ancora no. Ma questa distinzione dilettantisticamente borgesiana ("Gli animali si dividono in (a) appartenenti all' Imperatore, (b) imbalsamati…") rischia di portarci fuori tema. Soffermiamoci a riflettere semmai su una particolare categoria di silenzio: il silenzio imbarazzato. Meglio ancora, sulla variante mondana del silenzio imbarazzato. Il silenzio imbarazzato delle feste e delle occasioni sociali. L'idea dei Silent (O anche Silence) Party in fondo parte da lì. Consiste nell'esorcizzare il pubblico silenzio istituzionalizzandolo. Fare conversazione è un'arte faticosa, che solo in pochi ancora coltivano. Per di più il volume della musica, nei locali pubblici e privati, è spesso tale che se pure uno avesse qualcosa da comunicare al prossimo, avrebbe difficoltà a farsi sentire. La musica però non basta mai a riempire l'horror vacui, e il problema non si può risolvere, se non dandosi delle regole precise. Quel che si racconta è che due creativi newyorchesi, tali Rebhan e Noe, nell'estate del 2002 se ne andassero in giro alla ricerca impossibile di un locale dove la musica e il frastuono degli avventori non fossero tali da compromettere la possibilità di fare due chiacchiere. Da questa circostanza venne loro l'idea di un luogo in cui il silenzio fosse la regola, senza per questo costituire un ostacolo alla comunicazione e agli incontri. E' quel genere di situazioni più facili a viversi che a raccontarsi. Io di certo so solo che il Silent-Silence Party è una di quelle occasioni che da adolescente avrebbero rappresentato per me speranza di salvezza. Nel caso di Giulia, e non solo di Giulia. Siccome però non è mai troppo tardi, proverò adesso a descrivere quel che è successo all'unico (finora) Silent Party cui abbia partecipato nel corso della mia vita. Nell'immediata vigilia si respira un misto di attesa, eccitazione e nervosismo. Ognuno di questi sentimenti si accavalla all'altro, senza che si riesca ad arrivare a una sintesi. E' come un appuntamento al buio sul quale giova ostentare scetticismo, ma che allo stesso tempo non può fare a meno di suscitare aspettative. Le domande sono: Ma se non si può parlare, cosa si fa? Si beve? Si fuma? Si ascolta solo la musica? Si fa quel che si vuole, si beve solo acqua e non si fuma. Quanto alla musica, è un sottofondo: inutile farci affidamento per sciogliere il silenzio. Un Silent Parrty può essere considerato una pausa disintossicante in una società dominata dal rumore, dove tutti corrono, si stordiscono e così via moraleggiando. Il che è una lettura possibile, rispettabilissima: ma non è tutto. Dapprincipio c'è il timore che le regole risultino castranti. Succede piuttosto l'esatto contrario: quando la fantasia è libera di galoppare non galoppa; quando invece viene trattenuta in un recinto, allora sì che avrebbe voglia di galoppare. E se appena ne ha l'occasione, si scatena. Una volta partito il segnale del silenzio, il nervosismo non diminuisce, anzi. I primi post-it che ci si scambia fra invitati lo lasciano trasparire in maniera evidente. Ma già in questa fase di riscaldamento si capisce che c'è pure qualcos'altro. L'imbarazzo è talmente palpabile da assumere una consistenza quasi fisica. Non è più quel sentimento inespresso che nelle occasioni mondane si riscontra sempre e non si esprime mai. Stavolta l'imbarazzo c'è, si vede, e si dice. Anzi, nel rispetto delle regole: si scrive. L'imbarazzo si condensa nella serie insospettabilmente lunga di sms cartacei scambiati fra perfetti sconosciuti. Si scopre così che una volta messo in evidenza, conclamato e condiviso, il convitato di pietra di tante altre occasioni, vale a dire l'impaccio, si è trasformato in un oggetto domestico, persino utile. Di sicuro utile per rompere il ghiaccio. La grande scoperta è che scambiarsi un sorriso e un minimo di complicità è più facile in forma scritta che in forma orale. E' un po' quel che accade coi messaggini scambiati via cellulare, che tante volte riescono nel miracolo di trasformare il pudore in sfrontatezza. La presenza fisica del destinatario non è affatto un problema. Né lo è la consistenza fisica delle parole che ci si scambiano per iscritto. Verba volant, e proprio questa volatilità induce di solito a usare le parole con leggerezza. Qui si tratta invece di dare il giusto peso alle parole. E' una responsabilità che responsabilizza. A scorrere il contenuto anonimo dei tanti bigliettini scambiati c'è da immaginare un mondo che normalmente affiora solo nella conversazione fra persone che fra loro hanno una certa dimestichezza. E si intuisce che le donne, fra loro, hanno una dimestichezza maggiore degli uomini. C'è da immaginare pure altro. Per esempio il seguito che certi corteggiamenti cominciati su un quadratino di carta possono avere conosciuto in seguito, quando il mascheramento silenzioso dell'occasione è caduto e si sarà trattato di fare i conti con la comunicazione corrente. Ma su questo è inutile soffermarsi, se non altro per discrezione. In definitiva, una volta immersi in una situazione di pubblico silenzio, la sensazione prevalente è di grande libertà personale. Si è padroni di aprire un libro e leggere senza per questo sentirsi uno sfigato che vuol fare l'intellettuale. Si è padroni di rimanere seduti e non fare assolutamente nulla, senza nemmeno un gin tonic in mano per darsi un contegno. Si è padroni di fare quel che si vuole. Si è padroni di sé stessi. Una sensazione divina, letteralmente. Lo stesso Dio, a proposito, quando si trattò di parlare a Mosè sul Sinai, fece precedere e accompagnare la sua voce da tuoni e lampi, nonché da un crescente suono di tromba (Esodo 19). Ma secoli dopo fu il profeta Elia a tornare sulla montagna. Lì sperimentò tempesta, fuoco e terremoto, proprio come era successo a Mosè, ed era pronto ad ascoltare Dio parlare nel tuono. Ma quando tutto il fracasso terminò, Elia udì "il mormorio di un vento leggero" e Dio gli parlò. Era pur sempre il Dio dell'Antico Testamento; si sarebbe potuto ben permettere di fare la voce grossa. E invece: "il mormorio di un vento leggero". Ossia, la forma del silenzio.

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Roberto Alajmo | 09/01/2007

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