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ELOGIO DELLA FOLLIA DI BROOKLYN

Se la narrativa coincidesse in maniera pura e semplice con l'arte del verosimile, Paul Auster sarebbe di gran lunga il peggior romanziere del panorama internazionale. I suoi libri sono giostre dove il lettore viene sballottato in continuazione, costretto a masticare, inghiottire e digerire come plausibili storie che nessun altro scrittore si azzarderebbe a immaginare. Nel suo ultimo lavoro, Follie di Brooklyn, vorrebbe farti credere un mucchio di cose totalmente inverosimili. E quel che è inspiegabile: ci riesce perfettamente. Tu, lettore, ci caschi in pieno e credi senza esitare al mucchio di sciocchezze che lui ti racconta. Si tratta della storia di Nathan, un anziano che, arrivato al capolinea (oa quel che lui crede essere il capolinea), si installa a Brooklyn per chiudere il cerchio della sua esistenza. Brooklyn è il luogo dell'ispirazione, per Paul Auster. Lo era stato in altri suoi libri o film come Smokee Blue in the Face. Lo è anche in questo romanzo, tutto imperniato sulle molte vicissitudini che capitano a Nathan invece della morte. Quasi ogni pagina è una divagazione. Il primo capitolo, quello che dovrebbe servire a catturare l'attenzione del lettore, Auster lo adopera per portare chi legge su una falsa pista, disegnando un'ipotesi di libro che poi lascia cadere senza svilupparla neanche un po'. Nathan si mette a scrivere Il libro della follia umana, un repertorio di svarioni che gli era capitato di vivere o osservare nell'arco della sua vita. Una collezione di lapsus suddivisa in generi e capitoli: uno per le papere verbali, uno per le debacle fisiche, uno per le idee fallimentari, uno per le gaffe sociali, e così via. Dalle martellate sulle dita, alle api inghiottite per errore, fino al destino crudele di una donna scampata ai campi di sterminio per morire in un incidente stradale poco prima di ricongiungersi col figlio, che nel frattempo è diventato chirurgo, in America, e che se la ritrova sul tavolo operatorio senza ormai poter fare nulla per riuscire a salvarla. Ecco,questa è una delle storie che Auster si diverte a interpolare mettendo a repentaglio l'attenzione del lettore, distraendolo a bella posta dalla trama portante del romanzo. Per giunta, dopo averti abbindolato con un progetto di libro degno diGeorges Perec, Auster decide di abbandonarlo, regalandolo magari a qualcuno che questa antologia di goffaggini avrà voglia di scrivere veramente. In Follie di Blooklyn lui preferisce prendere una strada diversa, anzi:molte strade diverse. Che diverse non sono poi tanto, visto che a conti fatti tutto il romanzo è una antologia di circostanze improbabili. Collane comprate per una donna e regalate a un'altra. Lo sbigottimento del nipote del protagonista, Tom, che scopre le foto della propria sorella su una rivista porno. E poi personaggi omonimi, personaggi che si chiamano James Joyce senza che questo rivesta la minima valenza metaforica. Tutte coincidenze che sembrerebbero inaccettabili, in un romanzo che non sia di Achille Campanile. Tutte storielle sull'orlo del chissenefrega. E invece al lettore gliene frega. Gliene frega moltissimo. Chi legge ha l'impressione che lo scrittore proceda in maniera rabdomantica, oppure lasciandosi guidare da un lancio di dadi. Nel mondo della sua creazione Auster è un dio capriccioso. Spesso e volentieri sembra volersi cacciare in uno di quei vicoli ciechi che sono l'incubo di qualsiasi narratore, che giustamente teme di non riuscire a venirne fuori. Ma non lui. Lui arriva in velocità, senza freni, e quando sembra sul punto di schiantarsi sul muro della verosimiglianza trova sempre una sterzata, un testacoda dal quale esce nuovamente in assetto di guida, pronto a riprendere la narrazione su una strada del tutto ordinaria, trotterellando tranquillamente verso qualche altro disastro da evitare per un pelo, e cosìvia. Dalla metà in poi, Follie di Brooklyn imbocca un binario preciso e ci resta senza deragliare quasi più. E paradossalmente perde una parte delsuo mordente. Abituato a muoversi nel labirinto delle divagazioni, Auster si smarrisce quando riesce a venirne fuori. Come se soffrisse di una forma di agorafobia narrativa. La trama sembra addirittura correre verso un banalissimo lieto fine. Ma anche qui c'è una capriola, un ultimo gioco di prestigio: il romanzo si conclude alle prime ore dell'11 settembre 2001, eun'ombra cala sull'approssimazione alla felicità che i personaggi sono faticosamente riusciti a conseguire. Gli ultimi libri di Auster erano classificabili grossomodo nel genere drammatico. Qui l'apparenza è più leggera, sebbene le storie che vi si raccontano non sono per niente comiche. Il meglio di sé, Auster lo dà quando mescola le carte della tragedia e della commedia, distribuendole fra i suoi personaggi assolutamente a caso. Nelle sue tragedie è sempre inscritta una commedia e viceversa: nelle commedie una tragedia. Giudizio: 2 soli Titolo: "Follie di Brooklyn" Autore: Paul Auster Traduzione (scorrevole): Marco Bocchiola Pagine: 265 Prezzo: 17,50 Divagazione apparentemente più incongrua: un paio di pagine,dedicate a come recuperare un rasoio elettrico incastrato in fondo al water. Divagazione più letterariamente affascinante: Franz Kafka arrivato alla fine dei suoi giorni, che passa le giornate a scrivere scrupolosamente le finte lettere di una bambola scomparsa alla sua inconsolabile proprietaria, una bambina a lui del tutto sconosciuta.

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Roberto Alajmo | 17/06/2006

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