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REMIX: LA LEBBRA DEI PALAZZI DI PALERMO

Per capire il fenomeno e le sue proporzioni bisogna fare una passeggiata col naso all’insù nella zona compresa fra via Sciuti e Mondello. Bisogna cercare con lo sguardo i palazzi del sacco di Palermo, quelli che sembrano disegnati tutti dallo stesso geometra: e forse veramente è esistita una figura di Arci-Geometra che ha disegnato la Palermo di viale Strasburgo, negli anni in cui per via di una malintesa politically correctness a nessuno pareva strano che l’assessore comunale all’urbanistica fosse cieco al cento per cento (Murana, Psdi).
In effetti, questa parte della città è cresciuta alla cieca.
Quarant’anni sono il tempo che serve al gusto degli uomini per adattarsi alla modernità. Ma stavolta nel frattempo non è successo niente: le opere dell’Arci-Geometra palermitano brutte erano negli anni Settanta e ancora più brutte sembrano oggi.
Nella passeggiata col naso all’insù salta subito agli occhi la novità degli ultimi tempi: una specie di lebbra dell’intonaco che affonda nella carne dei palazzi fino a intaccarne le viscere murarie. Quasi tutti i palazzi della Palermo “nuova” sono contagiati da questa cancrena. Molte facciate sono imbavagliate da certi teloni color verde bottiglia che servono a reggere i calcinacci in caduta dai balconi. In certi casi gli operai sono intervenuti per scalpellare il grosso del tessuto cancrenoso superficiale, arrivando fino ai tondini di ferro marcescente.
Queste sono le case dove vivono i palermitani ricchi, e figuriamoci allora tutti gli altri. Addirittura l’architettura tumorale della zona Nord potrebbe configurarsi come una specie di nemesi che ha colpito i suoi abitanti, colpevoli della ubris di vivere sui luoghi del misfatto urbanistico più esteso ed efferato della storia d’Italia.
Nelle zone di sviluppo edilizio dell’anteguerra non si verifica affatto un fenomeno degenerativo paragonabile. Volendo andare ancora più indietro nel tempo la Zisa, in confronto a quel che si è costruito negli ultimi decenni, sarebbe un edificio classe A. Certo, prima si adoperavano materiali diversi. Ma nella storia dell’architettura non si è mai registrato un tracollo edilizio del genere: le facciate di interi quartieri di Palermo sembrano essere state pesantemente mitragliate, se non addirittura bombardate.
Sono case costruite con la sabbia. L’onesto calcestruzzo è stato inquinato al punto da collassare nell’arco di pochi anni. Case che costavano tanto adesso costano tanto meno, in attesa che qualcuna cominci a venire giù, come succede nel centro storico. Ma lì sono catapecchie che risalgono a tre o quattro secoli fa. Qui si tratta di edifici che non hanno ancora visto passare la seconda generazione delle famiglie che le abitano. Palazzi che non sono mai stati moderni, destinati a diventare vecchi senza mai essere apparsi antichi.
In altri paesi, specie in Germania, le case vecchie, quando sono prive dei requisiti di pregio, vengono semplicemente abbattute e ricostruite con criteri più moderni. L’obiettivo è rispondere alle esigenze di un mondo diverso, attento all’efficienza energetica delle case. La logica è semplice: molto spesso costa di più fare il restauro energetico di un edificio, che costruirlo ex-novo. E figuriamoci se questa logica economica non vale a Palermo, dove i palazzi degli anni Settanta sono strutturalmente quasi al collasso.
Ecco una battaglia urbanistica di portata storica: distruggere i palazzi di viale Strasburgo e ricostruirli da zero, in maniera decente, esautorando l’Arci-Geometra e lasciando che gli architetti tornino fare il loro mestiere. Servirebbe pure a rilanciare l’edilizia, con relativa ricaduta occupazionale. Ma soprattutto si tratterebbe di una campagna morale: per cercare di redimere Palermo dal suo peccato originale.

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Roberto Alajmo | 02/03/2017

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