MORTE-DI-UN-UOMO-FELICE

Un professionista maturo, stimato, circondato da persone che gli vogliono bene, a cena in un bel ristorante.
Al culmine di una serata trascorsa fra sorrisi ed affetto si alza da capotavola, lascia la giacca sulla spalliera della sedia come se volesse andare in bagno o a pagare con discrezione. Assieme alla giacca si lascia alle spalle il tavolo dei suoi affetti, e poi anche il ristorante. Raggiunge un ponte.
E si butta di sotto.
In questi casi, di solito a domanda giornalistica i conoscenti rispondono “nulla lasciava presagire”. E poi viene fuori qualcosa che nessuno immaginava: debiti, ricatti, donne, malattie.
Invece, stavolta: nulla. Nessun debito, nessun ricatto, nessuna donna, nessuna malattia. Il telefono, l’agenda, tutte le tracce e testimonianze concordano nel raccontare un’esistenza quanto meno serena, praticamente senza increspature.
Domani magari qualche movente verrà fuori, ma al momento l’ipotesi migliore, per quanto letteraria (molto letteraria), è che quest’uomo si sia ucciso al culmine della felicità. Il tempo che gli restava da vivere sarebbe stata comunque una discesa. La vecchiaia, le malattie, il dolore, le perdite, la disillusione.
Una serata così felice non ci sarebbe stata mai più: e non basta questa malinconia?



Roberto Alajmo | 08/03/2019 | Letto [1899] volte

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