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Vista dal profondo sud d’Italia, la prima cosa che si pensa sentendo la notizia che arriva da Duisburg è che proviene da lontano. Da lontano non solo nello spazio, cioè da tutti i chilometri che ci vogliono per arrivare dalla Calabria fino in Germania, ma anche da lontano nel tempo. E’ un’uccisione che ha il sapore tribale delle mattanze storiche. Il pensiero va al massacro di san Valentino, o a certe sparatorie di massa che risalgono agli anni sessanta del Novecento, come minimo. Come minimo perché non è solo in termini di tempi storici che viene da pensare. L’uccisione di Duisburg ha il sapore di certi sacrifici umani che affondano le loro radici nella preistoria ancestrale dell’umanità. C’è qualcosa proprio di primordiale nel modo in cui queste persone sono state ammazzate. Per questo si stenta a credere a una notizia del genere quando arriva nel giorno di ferragosto del 2007, quando l’umanità sembrava essersi ormai abituata a una morte somministrata in dosi omeopatiche, magari con altrettanta ferocia qualitativa, ma meno impressionante da un punto di vista proprio quantitativo. Rispetto al passato ancestrale, ma anche a un passato meno remoto di massacri di matrice mafiosa, il profondo sud d’Italia sembrava cambiato. Di sicuro ha conseguito una parvenza di progresso che però risulta incompatibile con l’uccisione di sei persone con questo genere di modalità. Per questo motivo, si resta attoniti: perché quando avevamo conseguito una speranza di evoluzione, scopriamo invece che la violenza tribale non solo esiste ancora, ma è stata anche esportata all’estero, in una dimensione che verrebbe da definire globalizzante. Questo è il sapore che ha la notizia del massacro di Duisburg: sapore del peggio dell’antichità combinato col peggio della modernità. 64">


RA | 16/08/2007 | Letto [1581] volte

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