APPUNTI-DI-STORIA-DELL’ANTIMAFIA


(Da Repubblica, per il ventennale delle stragi)
Una storia della mafia si può mettere assieme tutto sommato con poco sforzo. Le date sono quelle, gli eventi pure. Dopo vent’anni certe verità hanno avuto il tempo di sedimentarsi. Wikipedia esiste per questo. Ciò che più facilmente sfugge alle intercettazioni degli storici di professione è la storia dell’antimafia. Quel respiro della società civile che risulta spesso impercettibile anche dai contemporanei, e che per i posteri, a maggior ragione, è perduto per sempre.
Ciononostante, chi aveva al tempo almeno dieci anni sa perfettamente dov’era in quei due famosi giorni, 23 maggio e 19 luglio, cosa stava facendo, cosa gli è passato per la testa sul momento e cosa ancora nei giorni, nelle settimane, nei mesi successivi. Almeno per gli italiani l’estate del ’92 rappresenta uno di quegli snodi della storia come l’assassinio di Kennedy o il primo uomo sulla luna. Date che spaccano l’andamento della storia di ogni individuo consentendo di distinguere molto chiaramente un prima e un dopo.
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L’impasto di quelle settimane era fatto di disperazione ed entusiasmo, due sentimenti impossibili da creare artificialmente. Specie l’entusiasmo, così raro da verificarsi in natura.
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Miracolosamente, per una volta, i cento alberi che crescono cominciarono a farsi sentire più forte dell’unico albero che cade.
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Si può dire che la visibilità della rivolta nacque dalla cinica necessità dei giornali di ammortizzare la spesa di un inviato nel caldo torrido dell’estate palermitana. Ogni lenzuolo alla finestra finì in apertura del tg di prima serata, facendo scattare un meccanismo imitativo virtuoso. Ogni piccola manifestazione divenne evento, a cominciare da quella serata ormai mitologica, nell’atrio della biblioteca comunale, dove tutti i presenti ebbero la netta percezione di essere al centro dell’alveo della Storia, dopo che era passata una prima piena e nel presentimento che una seconda, altrettanto devastante, sarebbe passata da lì a poco. Forse esisteva già la cosa e il nome per dirla: standing ovation. Ma la prima volta che si vide a queste latitudini una standing ovation fu quella sera nell’atrio della biblioteca comunale, in onore di Paolo Borsellino. E chi c’era può assicurare che non fu un gesto banale come le standing ovation sarebbero diventate nel giro di qualche anno.
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Da quel circolo virtuoso sono trascorsi vent’anni, ma quella bellezza dev’esserci ancora, perduta da qualche parte, in un angolo dimenticato di Palermo. Forse si tratta solo di cercarla come si deve.


Roberto Alajmo | 23/05/2012 |

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